Il rimpatriato

Diavolo di un Veltroni!

Walter Veltroni

Quella camicia in una vetrina di Via 20 Settembre mi era proprio piaciuta e così ero entrato nel negozio. Mi aveva accolto - dandomi del tu - uno sgarbato ragazzotto muscoloso...

.... e fiero di esserlo (lo provava il fatto che era in canottiera) si era messo a cercare svogliatamente la camicia che gli avevo indicato. Ma dopo pochi secondi il mio entusiasmo per la camicia era scemato, sconfitto dalla malagrazia del tipo, e io me n'ero andato dimenticando subito quell'episodio in fondo "normale", anche perché in quei giorni - di venti anni fa - stavo per cominciare l'avventura americana e la mente l'avevo decisamente altrove. Dopo poche settimane, infatti, eccomi a Washington DC - la prima tappa della suddetta avventura - con in mano una piccola sveglia e in testa alcune bestemmie perché a causa della differenza di fuso orario con l'Italia, per mandare in tempo gli articoli al giornale di Genova per cui lavoravo ero costretto ad alzarmi a un'ora che a me sembrava roba da galli. A un tratto, la sveglia mi cade di mano e si rompe. Mortificatissimo, dico alla commessa che intendo acquistarla, ritenendo giusto che fossi io, il responsabile dell'incidente, a pagare. Lei mi spiega sorridendo che no, essendo rotta non poteva vendermi quella sveglia e me ne dà una nuova. E quella rimane la prima delle innumerevoli volte in cui - nel corso dei successivi venti anni - mi sarei trovato a rimarcare la differenza con il bulletto di Via 20 Settembre, che nel fratempo è invecchiato senza sapere che in America c'era un tizio che - acquistando qualcosa, spedendo un pacco in un ufficio postale, facevo un deposito o un prelievo in una banca, eccetera - lo richiamava alla mente come esempio negativo.

Bene, l'avventura è finita, sono tornato a Roma ed eccomi l'altro giorno a chiamare l'ambasciata americana per una pratica burocratica conseguente al rientro dal mio lungo soggiorno negli Stati Uniti. Telefono, spiego di che si tratta e chiedo di fissare un appuntamento per svolgere la pratica. "Si può fare tutto per telefono", mi sento rispondere dall'impiegato. La faccenda è un po' complessa e il lavoro dura almeno una ventina di minuti durante i quali lui ha modo di mostrare: a) una ferrata padronanza delle leggi che regolano la materia; b) una confortante disposizione a consigliarmi con pazienza ("come se fossi suo figlio") il modo migliore di procedere; c) la ben nota efficienza e d), la cosa più importane, una diffusa gentilezza che fornisce al tutto una specie di fondale gradevolmente colorato.

Glielo faccio notare con sorpresa e gratitudine e lui mi spiega che non gli costa nulla essere gentile e che comunque, anche se gli costasse, non potrebbe farne a meno perché quello di essere gentili con il pubblico è uno degli obblighi tassativi suoi e dei suoi colleghi, se non vogliono rischiare il licenziamento. Metto giù il telefono in preda a torvi pensieri riguardo alla polemica sugli impiegati pubblici "fannulloni e lavativi" che in questo periodo infuria in Italia ed esco per recarmi all'anagrafe (l'ultimo atto della pratica dovrà infatti consistere nell'invio per fax all'ambasciata di un paio di certificati) pronto a un incontro ravvicinato con l'equivalente del ragazzotto di Via 20 Settembre.

Sorpresa! Il girone dantesco che ricordavo - lunghe code in cui ognuno cercava di arrivare prima degli altri di fronte all'impiegato inevitabilmente sgarbato e ottuso - non c'è più. Tutto è ordinato e i certificati mi vengono consegnati nel giro di pochi minuti per di più accompagnati - chiunque abia un'esperienza romana si tenga forte - da uno smagliante sorriso, tanto che c'è perfino il tempo per un po' di bonaria ironia. Al mio "Accidenti che gentilezza", infatti, la padrona del sorriso mi dice: "Ma non lo sa che abbiamo un sindaco buonista?". Ah, diavolo di un Veltroni.