Italiani in America

Il Messico di Adamo Boari

di Generoso D'Agnese

C'é una mano italiana che ha lasciato il suo segno indelebile nel pieno centro di Città del Messico. E' quella di Adamo Boari, scultore e architetto nato nei pressi di Ferrara.

Suo il Teatro Nazionale che Porfirio Diaz gli commissionò nel 1901 e che oggi ospita il Museo delle Belle Arti. Suo lo stile dalle linee dolci che la caotica metropoli conserva come un autentico gioiello tra le migliaia di anonimi palazzi, e che hanno consegnato alla storia una fantasia tecnica che ha firmato diversi capolavori nel continente americano. L'avventura professionale messicana fu in effetti l'ultima tappa di una carriera che vide spesso il nome dell'italiano legato al Nuovo Continente. Era nato a Marrara nel 1863 il futuro architetto del Teatro Nazionale del Messico. Dopo gli studi di ingegneria all'Università di Ferrara, si laureò infine a Bologna nel 1886 e tre anni dopo decise di seguire il suo istinto di avventura imbarcandosi alla volta del Brasile. Dal paese sudamericano inviò disegni e progetti per partecipare alla prima Esposizione italiana di Architettura nel 1890 a Torino. Forte degli apprezzamenti ottenuti per i suoi disegni, si trasferì a Montevideo e poi a Buenos Aires ma fu proprio il Brasile che lo vide protagonista del primo lavoro importante. Suoi furono i progetti del troncone ferroviario Santos-Campinas. Progetti che pagò a duro prezzo. Boari infatti si ammalò di febbre gialla nei cantieri brasiliani, tanto da dover abbandonare il paese per le cure. Si trasferì a Chicago per le prime cure e dopo un primo momento di sconforto, che lo vide attraversare l'Atlantico alla volta dell'Italia, tornò nella città dell'Illinois per un nuovo incarico. Boari parteciò alla World's Columbian Exposition del 1893 e sei anni dopo, grazie al successo dei suoi profetti, ottenne il diploma per l'esercizio della professione di architetto. Nella città statunitense arrivarono diversi lavori dal Messico, un paese che in quegli anni stava faticosamente tentando la strada della pacificazione dopo una sanguinosa guerra. Incaricato di progettare la cupola della parrocchia di Nuestra Señora del Carmen, le chiese parrocchiali di Atotonilco el Alto e di Matehuala, Boari realizzò anche il Templo Expiatorio nella città di Guadalajara usando uno stile gotico italiano. I lavori realizzati nel paese nordamericano saranno più di semplici manufatti. Saranno per il ferrarese una vera e propria scelta di vita. Nel 1899 infatti l'italiano decise di fermarsi definitivamente in Messico scegliendolo come proprio paese di residenza. Sono anni alquanto burrascosi quelli sul finire dell'Ottocento, ma la personalità di Porfirio Diaz, presidente -dittatura raccolse numerose simpatie tra la borghesia del paese. Per Boari Diaz rappresentò una buona opportunità di lavoro. Dopo aver disegnato un monumento al presidente l'italiano partecipò alla costruzione del Palazzo delle Poste, iniziato nel 1902 e terminato nel 1907, un'opera formata da un miscuglio di stili. A Boari venne inoltre commissionata anche il lavoro di sistemazione del Palacio Nacional mentre il progetto della propria abitazione in Città del Messico, viene ancora oggi considerato il primo esempio di architettura moderna nel paese per i suoi muri lisci e la sobrietà di linee progettuali. Divenuto vero e proprio caposaldo dell'architettura messicana Boari venne chiamato personalmente dal presidente Diaz per ricevere l'incarico di trovare un terreno idoneo alla progettazione del nuovo Teatro Nazionale. L'italiano trovò il sito idoneo in un terreno che aveva ospitato un convento di Santa Isabel (che avrebbe celato numerosi resti della civiltà azteca) e una fabbrica tessile. I ritrovamenti di prestigiosi elementi architettonici e di resti della civiltà azteca creò più di un dubbio al progettista ferrarese che per utilizzare al meglio il proprio incarico decise di tornare in Europa e negli Stati Uniti per apprendere nuove tecniche e soluzioni sull'architettura teatrale. Fermatosi nella Factory di Frank Lloyd Wright a Chicago, Boari tornò in Messico con diverse idee e nel 1907 diedi il via alla costruzione del deatro. Convinto assertore dell'esaltazione della cultura autoctona di ogni paese, l'italiano creò un progetto ispirato al neoclassicismo e all'Art Nouveau. Diede in sostanza inizio alla Belle Epoque messicana. Boari fuse stilisticamente le culture azteche, maya e il periodo coloniale spagnolo dando vita a un capolavoro architettonico assoluto. Ancora oggi il sipario del teatro, realizzato dalla Casa Tiffany di New York risplende nel milione di cristalli opalescenti in una cortina di vetro che rappresenta la valle del Messico. La grande opera però dimostrò subito un punto debole: la fragilità del terreno infiltrato d'acqua. Il teatro non poteva reggere il peso dei marmi di Carrara costringendo il progettista a sospendere i lavori e a trovare nuove soluzioni. Soluzioni che tardarono ad arrivare anche per la nuova rivoluzione che avvolse il paese nel suo sudario di sangue. Costretto a fermarsi definitivamente e a uscire fuori dal paese per ottemperare a nuove commesse progettuali, Boari non abbandonò mai la sua creatura messicana e indirizzò i lavori dall'esterno. Fu proprio una sua intuizione a salvare il teatro dallo sprofondamento. Egli infatti fece iniettare il terreno di un composto di cemento, sabbia e calce. Il Teatro venne inaugurato nel 1934 dopo aver mutato la sua destinazione in Palazzo delle Belle Arti. Il completamento fu affidato a Federico Mariscal che ovviamente trasformò parte dell'impianto stilistico studiato da Boari. Ciononostante il palazzo assunse una identità molto bella stilisticamente, accogliendo il meglio dell'arte messicana al suo interno. Boari però non tornò mai definitivamente nel suo Messico. Visse invece a Roma da dove progettò anche il Serbatoio dell'Acquedotto di Ferrara. Adamo Boari divenne un'istituzione nel campo dell'ingegneria e dell'architettura italiana. Accumulò diverse cariche e divenne un bravo editorialista. Partecipò nel 1927 al concorso per l'edificio della Società delle Nazioni a Ginevra nel 1927 e seppur non vincente, ottenne una delle nove menzioni onorifiche: il suo nome fiancheggiò quelli di Le Corbusier e Hannes Meyer, mentre Victor Horta e Josef Hoffmann (altri caposaldi della progettualità mondiale) erano nella giuria del concorso. Moì il 22 febbraio 1928 a Roma, ma fino all'ultimo amò considerarsi il messicano di Ferrara.