Analisi

ONU. La missione umanitaria italiana

di Valerio Bosco

Il mese appena cominciato apre una delicata stagione per la politica estera italiana. Nel corso delle prossime settimane, sarà il Palazzo di Vetro di New York ...

...  dove il 24 settembre si aprirà la sessantaduesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite - il principale teatro d'azione della nostra diplomazia. Sarà infatti la tanto attesa presentazione della moratoria universale contro la pena di morte a rilanciare l'impegno italiano in difesa dei diritti umani.

È stata ancora una volta un'organizzazione della galassia radicale, l'Associazione Nessuno Tocchi Caino, a raccogliere le ultime cifre strazianti relative allo stato della pena capitale del mondo. Il quadro del 2006 è quello già emerso da alcuni anni: contrariamente a chi superficialmente vede negli Stati Uniti la patria delle esecuzioni capitali, sono ancora una volta le dittature e le teocrazie a detenere il triste primato degli assassini di Stato. Almeno 5000 in Cina - secondo alcuni osservatori addirittura altre 3000 sarebbero state eseguite nella massima segretezza - 215 in Iran, 82 in Pakistan. Gli USA "si fermano" a 63 ma la decisione a sorpresa con cui il governatore del Texas Rick Perry ha commutato in ergastolo la pena di morte precedentemente inflitta a Kenneth Foster conferma un graduale ma costante mutamento di sensibilità anche in quella parte di establishment e opinione pubblica di stampo conservatore solitamente favorevole alle esecuzioni capitali.

Le cifre rese note da Nessuno Tocchi Caino sottolineano ancora una volta l'importanza dell'iniziativa italiana che, dopo aver conseguito un ottimo riscontro tra i venti­sette membri dell'Unione Europea ha ricevuto il sostegno di candidati e aspiranti alla candidatura (Turchia, Croazia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Serbia) sino ad ottenere il pieno consenso dei Paesi membri dello Spa­zio economico ed europeo (Islanda, Norvegia e Liechtenstein) e anche quelli di Ucraina, Moldavia, Ar­menia e Azerbaijan.

È però l'assegnazione del premio di abolizionista dell'anno conferito quest'anno al Presidente del Ruanda Paul Kagame ad indicare la strategia migliore per consentire all'Italia di vincere una battaglia che la nostra diplomazia conduce sin dai primi anni '90. Andare oltre l'Europa e l'Occidente, accelerare e intensificare la campagna di sensibilizzazione sulla moratoria tra i Paesi africani e asiatici, neutralizzando così il carattere apparentemente occidentale dell'iniziativa.

Al momento, i consensi raggiunti tra i Paesi membri dell'ONU sembrano sfiorare quota 90: la certezza del successo potrebbe essere data dal raggiungimento delle cento adesioni e un contributo fondamentale potrà darlo in prima persona il presidente del Consiglio Romano Prodi che, dal podio dell'Assemblea Generale, cercherà di sostenere le ragioni umanitarie di una battaglia di civiltà.

L'impegno dell'Italia contro la pena di morte darà verosimilmente il "là" ad un rilancio della dimensione umanitaria  della nostra politica estera all'interno del sistema ONU. Una missione per nulla semplice, perché a tratti condizionata da una rete di relazioni bilaterali in cui interessi economici e politici minacciano di sovrapporsi all'impegno per i diritti umani. I due casi più rilevanti concernono ad esempio i rapporti dell'Italia con Pakistan e Iran ed sollevano difficili contraddizioni per la nostra diplomazia.

Se la dittatura militare di Musharaff continua a difendere l'istituto del Boia, è però proprio il Pakistan l'alleato più solido dell'Italia nel fronte comune contro quelle ipotesi di allargamento del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che penalizzerebbe le "medie potenze". È poi l'Iran, uno dei principali partner commerciali dell'Italia in Medio Oriente, ad essere questi giorni al centro dell'agenda umanitaria della nostra politica estera.

Il caso della lesbica iraniana Pegah Emambakhsh, la donna che rischia la lapidazione qualora il governo britannico do­vesse rimandarla in patria, ha suggerito al governo l'ipotesi di discutere la concessione dell'asilo politico. Mentre Theran ribadisce con forza le sue critiche all'ingerenze esterne da parte dei Paesi europei sulla propria amministrazione della giustizia, l'Italia sembra poter fare del caso Pegah l'occasione per andare oltre i temi più tradizionali del suo impegno umanitario - lotta alla xenofobia e alla discriminazione razziale, difesa delle donne e dei bambini - per integrare finalmente la sfera della sessualità, i diritti di gay, lesbiche e transessuali nel novero dei diritti umani da difendere e promuovere in tutto il mondo.

Quest'azione potrebbe prendere la strada del nuovo Consiglio dei diritti umani di Ginevra - l'organo chiamato a sostituire la scredita Commissione che l'ha preceduta - o percorrere piuttosto l'ipotesi di una rivitalizzazione della terza commissione dell'Assemblea Generale dell'ONU (Social, Humanitarian and Cultural Committee). In particolare però, un'azione più incisiva del nostro Paese all'interno del Consiglio ginevrino - organo in cui siamo entrati il 17 maggio scorso - sarebbe certamente auspicabile.

L'accordo che, qualche settimana fa, ha consentito all'Human Rights Council di definire un sistema universale per lo scrutinio del rispetto dei diritti umani nel mondo è stato pagato con la rimozione dell'esame delle situazioni umanitarie di Cuba e Bielorussia dall'agenda del Consiglio: un prezzo davvero troppo grande che rischia di minacciare il mandato affidato al nuovo organo e in definitiva di creare precise difficoltà alla stessa dimensione umanitaria della nostra azione all'interno dell'ONU. L'iniziativa italiana all'interno delle Nazioni Unite resta comunque multidimensionale. Presente nel Consiglio di Sicurezza e nel Consiglio dei diritti umani, l'Italia è il sesto contribuente al bilancio ordinario e a quello del peacekeeping dell'ONU e, sul piano dei contributi volontari, assicura un significativo sostegno finanziario alle agenzie del Palazzo di Vetro. Da gennaio 2007 siamo alla guida di una delle più delicate missioni di peacekeeping, la United Nations Interim Force in Libano e, come testimoniato dalle elezioni dello scorso maggio godiamo indubbiamente di un momento di grande popolarità all'interno del Palazzo di vetro.

La presenza di una forte candidatura italiana alla guida del tribunale internazionale incaricato di far luce su mandanti ed esecutori della strage che nel  febbraio 2005 costò la vita all'ex pre­mier libanese Rafik Hariri ne è un ulteriore conferma. Questa candidatura ricorda però, ancora una volta, l'incapacità italiana di proporre suoi "cittadini meritevoli" (e preparati!) in posizioni di vertice o strategiche dell'Organizzazione. Alberto Maria Costa è, ad esempio, l'unico italiano a guidare un'importante agenzia del sistema ONU, la United Nations Office ON Drugs and Crime UNODC, un'istituzione che appare oggi assistere impotente all'incessante crescita della produzione di oppio in Afghanistan.  Un ultimo evento svoltosi lo scorso 29 agosto alla presenza del segretario generale dell'ONU Ban Ki Moon e del sottosegretario agli esteri Bobo Craxi potrebbe infine essere l'occasione per riflettere su come l'Italia possa accrescere il suo contributo italiano alla riforma del management del palazzo di Vetro. Presso lo staff College di Torino si sono infatti riuniti i vertici delle Nazioni Unite per discutere come accrescere le capacità dell'ONU nella realizzazione del suo amplio mandato che spazia dalla pace alla sicurezza internazionale, dalla difesa dei diritti umani a quella dell'ambiente, dalla promozione dello sviluppo economico alla cooperazione.

 Quello della riforma dell'amministrazione del Palazzo di Vetro è un tema forse meno interessante e appassionante delle nostre battaglie ideali per i diritti umani e la pace in Medio Oriente. Eppure è proprio attraverso una più efficiente organizzazione dei suoi metodi di lavoro, di reclutamento del personale e gestione delle risorse, di messa in opera e verifica dei suoi programmi di assistenza che passa la capacità delle Nazioni Unite di rispondere all'alto e impossibile compito assegnatogli dai Padri fondatori nel lontano 1945.