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Tra amnesia, recupero, culto e ispirazione
La vicenda editoriale dello scrittore John Fante (1909-1983), nato in Colorado da genitori italiani e vissuto a Los Angeles dove scrisse per la letteratura e il cinema con alterne fortune...
è un'atipica storia di emigrazione che apre nuovi spazi di lettura di questa esperienza transnazionale nel suo vissuto concreto di storie individuali, ma soprattutto nella sua trasposizione culturale. La classica parabola "dalle stalle alle stelle", se mi si permette l'inversione, che descrive il desiderio dei protagonisti di Fante di emanciparsi dalle ristrettezze finanziarie del mondo familiare per "farcela" come artista non è poi altro che la faccia colta della medaglia dell'American Dream, condiviso da muratori, come suo padre, insieme a contadini, operai di fabbrica e artigiani emigrati in terre lontane.
Ma entrare nell'establishment letterario americano, in altre parole diventare famoso e ancor meglio immortale grazie alla fama, si rivelò difficile tanto per Fante che, di riflesso, per i suoi personaggi fortemente autobiografici, quali l'ormai eterno Arturo Bandini. La tensione, autentica e al tempo stesso caricaturale, innescata da questa ambizione è il motore della scrittura di Fante. La paura e attrazione verso la pagina bianca, il fremito per il successo e il timore e riconoscimento del fallimento si sono trasferiti senza soluzione di continuità dalla sua vita personale ai personaggi delle sue opere con una formula metaletteraria talmente vigorosa nella sua viscerale schiettezza da rimanere sempre attuale.
Autore di numerosi testi tra romanzi, racconti e sceneggiature, Fante non ha avuto una traiettoria lineare come scrittore, in parte perché non pienamente compreso dal suo tempo, in parte perché lontano dai quartieri generali dell'editoria americana. I suoi libri sono stati pubblicati in maniera irregolare, in alcuni casi postumi, e sono stati a lungo vittima di un'amnesia generale, solo parzialmente sanata dall'intervento di Charles Bukowski, che lo riscoprí nel 1980, definendolo "il suo dio". Da allora, la californiana Black Sparrow Press lo (ri)pubblicò, ma rimase uno scrittore di nicchia, amato all'interno di una subcultura, quasi orgogliosa della poca visibilità del proprio idolo.
Oggi Fante è sempre più letto negli USA e riceve l'attenzione della critica accademica. L'interesse nei suoi confronti si muove in varie direzioni, anche quelle più inaspettate, come racconta il biografo di Fante, Stephen Cooper, in un delizioso saggio intitolato "Mosaic" (si veda il volume del 2006 di Quaderni del ‘900): dagli adattamenti cinematografici, tra cui il recente non riuscitissimo Ask the Dust di Robert Towne, alle citazioni nei pezzi di cantanti quali i Red Hot Chili Peppers e Sheryl Crow fino alle riedizioni della Ecco/HarperCollins e all'inclusione dei suoi testi in corsi universitari tanto in California quanto nel Massachusetts. Eppure, anche tra i lettori più avidi di letteratura americana, si ritrovano spesso persone che di Fante hanno solo sentito il nome, o forse nemmeno quello, e che di lui hanno letto poco o niente. E il passaparola avviene ancora grazie al passaggio del libro di mano in mano, mentre la famiglia degli aficionados silenziosamente cresce.
In Italia, la storia cambia. L'opera di Fante con il suo originale e intenso misto di scrittura intimo-confessionale che scava nelle paure ancestrali dell'artista libero e ribelle, di apologia del successo e di autodenigrazione e sfida di fronte al rifiuto sembra infatti parlare con efficacia a numerosi lettori italiani, al di là delle differenze di età, classe sociale, professione o affiliazione politica. Un successo tangibile e sempre riconfermato grazie ad una sapiente operazione editoriale che ha visto uscire tutte le opere di Fante in ottime traduzioni sin dagli inizi degli anni '90, grazie in particolare al validissimo lavoro di riscoperta e diffusione realizzato da Francesco Durante. Non che Fante fosse una novità nei cataloghi delle case editrici italiane: Chiedi alla polvere del 1939 viene tradotto da Vittorini nel 1941 come Il Cammino nella polvere, mentre il suo primo romanzo Aspetta primavera, Bandini del 1938 appare dieci anni dopo. Ma l'intera produzione dell'autore, che abbraccia anche le sue lettere e le opere incomplete inedite, nonché la coinvolgente biografia a firma di Cooper, esce e continua ad uscire in versioni ben curate per le più note case editrici di qualità da Marcos y Marcos a Fazi fino a Einaudi, per non dimenticare il volume incluso nella collana de La Repubblica sui classici del Novecento e l'autorevole tomo nella serie Meridiani della Mondadori.
Insomma, mentre in California e negli Stati Uniti in generale, persino fra gli italo-americani, Fante è un nome ancora poco evocativo tra i più, in Italia in tanti sanno di lui e tanti leggono le sue opere, e tanti da vicino, facendosi ispirare, scoprendolo e riscoprendolo, adattando testi a spettacoli, recital, canzoni e scritti: Fante, insomma, scrive ancora, in un certo senso. E fa incontrare i suoi lettori, già da due anni, nel paese di suo padre, Torricella Peligna (Chieti), all'interno di un piacevole festival letterario a lui dedicato, che si apre a musica, giornalismo e teatro. E se il programma, abilmente ideato da Giovanna Di Lello, propone in aggiunta deviazioni rispetto alla letteratura propriamente fantiana (letteratura italo-straniera e classici italiani negli USA), il filo rosso John Fante non si dissolve mai e lega più o meno esplicitamente tutto e tutti. Fante, musa multiforme, diventa allora romanziere culto per aspiranti scrittori italiani che in Torricella vedono quasi una Mecca e si riconoscono nelle altalene emotive e creative di Bandini, come racconta il giovane autore pescarese Alessio Romano.
Ma Fante indica indirettamente anche un percorso inusitato al collettivo dei Wu Ming che nel loro ultimo libro Manituana ricercano l'America delle voci anonime che spesso la storia cancella e che solo la letteratura può salvare dall'oblio o da una lettura distorta, come Fante aveva sagacemente intuito. Ai piedi della Maiella, si parla anche di Fante e dei suoi personaggi come incarnazione del wop (without official papers), una figura che per Raiz, ex-voce del gruppo Almamegretta, descrive la condizione dell'italiano tanto altrove quanto in Italia. Secondo Raiz, la storia italiana parla di un'esistenza tra culture, continenti e identità: l'italianità è quindi un'esperimento culturale e non un'appartenenza di sangue e radici. E poi ancora, per Peppe Voltarelli, cantore calabrese degli italiani in trasferta (come lui chiama gli emigrati), Fante è un altro tassello nella sua esplorazione delle comunità italiane all'estero tra cinema indipendente e musica piena di poesia e brio.
È insomma nella terra dei suoi avi che Fante ha trovato fortuna: ecco la storia d'emigrazione ribaltata. Non ce l'ha fatta pienamente nell'El Dorado americano e ha avuto successo senza poi neanche tornare, visto che l'Italia è stata richiamo più astratto che concreto per Fante che l'ha visitata poco, pur citandola molto nelle sue opere. E mentre il "Meridiano Fante" siede accanto a quelli di Proust, Pirandello e Borges, ci si augura di vedere presto l'opera omnia di Fante pubblicata negli USA, nella serie The Library of America. Magari ci rivolgeremo a un santo poco noto e quindi poco occupato, come faceva l'Arturo Bandini della saga fantiana per eccellenza, allo scopo di ottenere questa grazia speciale, oppure lo "chiederemo alla polvere" chè, come dice Peppe Voltarelli nel suo brano "Italian Superstar", "la polvere risponde sempre". E speriamo di non dovere aspettare per troppe primavere....










