Rassegnata gioventù italiana

di Chiara Zamin

In "Schopenhauer" di Giovanni Maderna due studenti decidono di intervistare uno scrittore che vive in una villa sperduta. I due non vengono ricevuti ma decidono di trascorrere un po' di tempo all'interno della casa.

Nell'abitazione ci sono anche altri due ragazzi,
discepoli dello scrittore. Questa convivenza, svelerà gli aspetti più intimi
due due protagonisti. Il film di Maderna mette in scena la stanchezza, la
staticità di una condizione precaria e incerta e allo stesso tempo il tentativo
di due giovani di ricerca della loro libertà.

Nel film ci sono pochi dialoghi e per la maggior
parte intensi che svelano misteri e verità... perchè la scelta del silenzio
verbale?

"L'approccio è quello di mettere sullo stesso
piano i suoni e i  rumori e il parlato
dei protagonisti, la voce umana, che viene usata nel film non solo per
dialogare ma anche sottoforma di mugolii e canticchiamenti. E' vero che ci sono
delle condensazioni di espressione verbale e poi delle lunghe pause tra l'una e
l'altra; questo è un po' legato al metodo con cui ho impostato il lavoro di
preparazione. Questo film prima l'ho disegnato e dopo, accanto a certe scene ho
scritto i dialoghi; è frutto di un approccio per cui io non cerco nè il
realismo nè lascio l'improvvisazione, ma cerco di condensare in alcuni punti e
in forma anche piuttosto sintetica, forse anche in maniera un po' artefatta, i
concetti che voglio esprimere verbalmente, perchè quello che mi interessa  è il rapporto tra il  contenuto di quello che viene detto e come si
approccia una persona che non è un attore (il film è stato realizzato con
attori non professionisti)".

Nel tuo film viene fuori una critica alla società
italiana. C'è il riferimento ai vecchi che non vogliono lasciare il posto ai
giovani, c'è il problema del lavoro, dell'incertezza, c'è il desiderio di
libertà, le riflessioni filosofiche. C'è la crisi di identità. C'è un messaggio
dietro a queste provocazioni o sono pure constatazioni?

"E' la constatazione di qualcosa di
molto evidente in Italia ma nello stesso tempo è una cosa molto poco mostrata e
raccontata -almeno in questo maniera, come un dato di fatto- perchè spesso i
film di denuncia un po' impegnati, trasmettono un senso di combattività oppure
sono schierati politicamente. Quello che trovo difficile rappresentare rispetto
all' Italia  è la rassegnazione e la
stanchezza; non si è più così combattivi, non ci si rende conto di questo, ci
si accorge solo se si esce dall'Italia e si guarda la situazione dall'esterno.
Il mio è un film molto povero, molto semplice, un po' disarmato per certi
versi, io però cercavo di fare virtù di questa necessità. La situazione in
Italia non è normale è veramente disarmante. C'è molta rassegnazione, rispetto
a tutto, rispetto alla politica, alle possibilità lavorative. i giovani fanno
molta fatica a mettere in piedi qualsiasi cosa, molto più che all'estero. E'
questa impossibilità di costruirsi un futuro che si respira nell'aria che viene
raccontata poco nel cinema".

Il tuo film è una produzione indipendente,
realizzato fra l'altro con poche risorse, come motivi questa scelta?

"Ho
scelto di produrre delle cose facendo ameno dei grandi finanziatori, Rai,
Mediaset e il Ministero. Questo perchè tutti e tre, seppur in maniera diversa,
esercitano una grossa ingerenza su quello che fai  e poi comunque ti mettono in un meccanismo
produttivo per cui ti senti vincolato. Sto cercando di portare avanti queste
cose in autonomia assoluta e radicale. Per sentirmi libero di
raccontare quello che voglio."