Cinema

Intervista al regista Angelo Longoni e all’attore Alessio Boni: Caravaggio, che emozioni

di Gina Di Meo

Concedeteci un linguaggio forse poco cinematografico verso uno più da gioco d'azzardo per dire che "Open Roads" ha svelato oggi (venerdì 8 giugno per chi legge, ndr) quello che noi vogliamo definire il suo...

...asso nella manica, "Caravaggio", di
Angelo Longoni, presentato in anteprima assoluta al Walter Reade Theater. Una
pellicola impegnativa, della durata di oltre due ore, che vede protagonista uno
dei più grandi pittori di tutti i tempi, interpretato, lo ripetiamo, da un
sublime Alessio Boni che probabilmente in un'altra vita doveva proprio essere
Caravaggio.

Il film, prodotto dalla Titania di Ida Di
Benedetto insieme a Rai Fiction e in coproduzione con Francia, Spagna
e Germania, è andato esaurito giorni prima le due date di
programmazione e tra le altre cose porta la firma per la fotografia del premio
Oscar, Vittorio Storaro.

Soddisfatti ed emozionati dopo la prima sia Boni
(a Open Roads anche con "Secret Journey"), sia Longoni, lo stesso Storaro e la
produttrice Marta Bifano, che con la madre, Ida Di Benedetto, ha creduto nel
progetto.

Abbiamo incontrato Longoni alla vigilia del grande
giorno e ci ha raccontato cosa ha significato per lui girare questo film.

«"Caravaggio" è stato un film molto importante ed
il primo in costume che ho girato. È stato anche il primo non proposto da me,
visto che sono drammaturgo e scrivo io le sceneggiature, e devo aggiungere che
ho avuto la collaborazione di persone straordinarie».

Quali sono le differenze tra la versione per la
televisione e quella per il cinema?

«Per la televisione sono state realizzate due
puntate da cento minuti e la storia inizia da quando Caravaggio da bambino
subisce il trauma per la morte del padre e del nonno a causa della peste e la
sua partenza per Milano dove inizia la sua formazione pittorica presso il
pittore Simone Peterzano, che abuserà anche di lui. Nella versione per il
cinema, che dura oltre due ore, si parte dalla morte, dal suo viaggio verso
Roma dopo la grazia del Papa e che non porterà a compimento».

Qual è stata la cosa più difficile nel realizzare
questo film?

«Senza dubbio mettere insieme le varie versioni su
Caravaggio, secondo alcune, ad esempio, pare che sia morto in ospedale a Porto
Ercole».

La fotografia del suo film è stata curata da
Vittorio Storaro, e un personaggio come Caravaggio, ossessionato dal gioco
luce/ombra è stato letteralmente pane per i suoi denti. Giusto?

«Esattamente. E se c'è stato un momento che ha
segnato la carriera di Vittorio è stato quando si è trovato di fronte alla
"Vocazione di San Matteo". È stato colpito da questo quadro che ha poi
influenzato tutta la sua carriera, da come vengono usati la luce, il buio,
l'alternanza tra l'una e l'altro, come l'uno sia indispensabile all'altra.
Caravaggio a suo modo è stato l'inventore della fotografia (Storaro ha anche
aggiunto durante il dibattito successivo all'anteprima, che «Caravaggio è stato
a suo modo un regista sia per come posizionava le figure, sia per l'uso dello
specchio a mo' di telecamera»)».

Ci sarà un mercato negli Stati Uniti per
Caravaggio?

«Credo che il film abbia tutte le caratteristiche
per piacere qui. Attrae dal punto di vista artistico perché si parla di un
argomento che è la pittura, l'arte, ma è anche azione perché Caravaggio è anche
un assassino in fuga, quindi non è un film lento. Però ripeto non è solo di
intrattenimento perché la qualità è alta ed è in grado di portare in giro la
cultura italiana».

Ciò che è sorprendente in questo film è che tutti
coloro che vi hanno lavorato hanno in un certo senso un legame personale con
Caravaggio. Abbiamo già menzionato Storaro, Longoni, invece, si sente simile a
lui nelle sue ambivalenze, nelle due persone che convivevano in lui, ossia il
santo e il peccatore, il generoso e il violento, ma soprattutto alcune tappe
della vita di Alessio Boni sono straordinariamente identiche a quelle del
pittore bergamasco. Insomma doveva essere proprio lui e nessun altro ad
interpretare questo ruolo.

Alessio ci ha detto, infatti che: «Entrambi
veniamo della provincia bergamasca, io sono nato a Sarnico e lui a Caravaggio,
un paese dove andavo spesso a giocare. A 21 anni mi sono trasferito a Roma per
cominciare i miei studi artistici e alla stessa età Caravaggio si è recato a
Roma, dove come me veniva preso in giro per il suo accento bergamasco. La prima
persona a commissionargli un'opera si chiamava Orazio Costa e il mio maestro di
accademia si chiamava Orazio Costa. Una ricevuta firmata da Caravaggio che
attestava una somma di denaro ricevuta portava la data del 4 luglio 1600 e
anch'io sono nato il 4 luglio. Caravaggio è morto a 39 anni e io avevo 39 anni
quando abbiamo girato la scena della morte. Io ho un fratello prete e così
anche Caravaggio».

Come si è preparato ad interpretare un personaggio
di tale portata?

«Ho avuto circa quattro mesi di tempo prima di
iniziare le riprese. Ho letto diverse biografie, sono andato a lezione di
scherma, ho fatto persino corsi di restauro e posso dire che potrei sostenere
senza difficoltà un esame all'università su Caravaggio».

È stato difficile interpretarlo?

«È la prima volta che interpreto un personaggio
realmente esistito e già il difficile sta nelle critiche che possono muoverti
gli altri perché appunto non è fantasia. Ho dovuto poi dimenticare di essere
nel 21mo secolo e calarmi in quell'epoca, sentire lo stesso mal d'essere che
provava lui e ricordo che quando tornavo a casa la sera ero distrutto».

Nel film lei si è trasformato in modo
camaleontico, è difficile persino riconoscerla.

«Sì, mi hanno proprio trasformato. Mi hanno messo
le lenti a contatto marroni, mi hanno allargato il naso, colorato il pizzetto e
le sopracciglia, mi hanno anche creato le borse sotto gli occhi».

Caravaggio non è il primo film in costume che
gira, si trova particolarmente bene in certi ruoli?

«Credo che il nostro passato sia fondamentale,
credo nella memoria collettiva, in qualcosa che si tramanda in noi nostro
malgrado, è come se i nostri avi fossero sempre con noi. Io, ad esempio, ho
amato Caravaggio sin dall'inizio ed interpretarlo è stata una delle più belle
esperienze della mia vita. Per questo devo ringraziare Angelo Longoni che ha
voluto me a tutti i costi».

È attratto dal cinema americano? Verrebbe a
lavorare negli Stati Uniti?

«Se mi propongono una bella scrittura sicuramente,
non sono, però, il tipo che corre dove c'è una qualsiasi proposta».

La vedremo di nuovo presto sugli schermi?

«Mi piacerebbe tornare a fare teatro e c'è
qualcosa in embrione per l'anno prossimo ma è presto per parlarne».