Cinema

Tarantino critica? In crisi sarà lui...

di Gina Di Meo

Questa volta galeotta fu una frase di Quentin Tarantino, pronunciata nel posto giusto al momento giusto, a Cannes durante il festival del cinema. «I nuovi film italiani sono deprimenti - ha detto il regista americano -. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni...

...sembrano tutte uguali. Non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza
che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è
successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli anni '60 e '70 e alcuni
film degli anni '80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia».  E se lo ha detto Tarantino, tutti
naturalmente a stringergli la mano, giusto, il cinema italiano è deprimente. Ma
è veramente così?

Le parole di Tarantino hanno dato il La al
dibattito "New Italian Cinema on Stage" che si è tenuto alla Casa Italiana
Zerilli-Marimò della Nyu nell'ambito di Open Roads, la manifestazione del
Lincoln Center dedicata al cinema italiano e che si è appena conclusa, guarda
caso, in barba a Tarantino, con successo. I film in programma sono piaciuti e
diversi spettacoli sono andati esauriti.

Sul banco degli imputati Irene Bignardi,
presidente di Film Italia, Laura Delli Colli, giornalista di cinema, Marta
Bifano, produttrice, Vittorio Storaro, direttore della fotografia, i registi
Enrico Caria, Roberto Andò, Angelo Longoni, Saverio Costanzo, Eugenio
Cappuccio, Giovanni Davide Maderna, gli attori Alessio Boni, Laura Chiatti,
Alessandro Haber. In toga il giornalista Antonio Monda.

Il primo a rispondere alla provocazione
(definiamola così di Tarantino) è stato Haber. «Penso Tarantino sia in crisi
lui - ha commentato perentorio l'attore -. Come si permette? Forse ultimamente
non ha seguito il cinema italiano, che finalmente ha un suo perché. La gente va
al cinema e anche se molti film sono commerciali, va bene lo stesso, sono soldi
che entrano e permettono altre produzioni. Abbiamo, inoltre, attori fantastici,
ciò che manca è l'esportazione. Certo a volte i film che facciamo riguardano
solo noi italiani però noi non sappiamo fare promozione, gli americani, invece,
in questo sono maestri».

La parola ad Andò: «Mi deprime ciò che ha detto
Tarantino. Tuttavia penso che ci sia un modo di rappresentare il cinema
italiano che non corrisponde alla realtà. Come tante altre forme di arte, anche
la cinematografia subisce il declino che il paese sta vivendo, anche se essa,
attraverso i suoi mezzi, ha comunque trovato un modo di fare il suo racconto
dell'Italia, ma sicuramente è rappresentato male. Ultimamente però c'è stato
una sorta di scatto di orgoglio da parte degli autori con la nascita del Gruppo
Centoautori, attraverso il quale ci ritroviamo tra di noi e discutiamo sul
cinema». (Nell'incontro che gli autori hanno avuto il mese scorso a Roma con il
Ministro Rutelli, è stata denunciata la difficoltà di lavorare nella morsa del
duopolio Medusa - Rai Cinema, che determinano finanziamenti e soprattutto
distribuzione delle produzioni, ndr).

Ed in vista della nuova legge di sistema sul
cinema, Enrico Caria ha voluto sottolineare la necessità per gli autori di
liberare le forze del cinema. «Vogliamo avere più libertà creativa - ha detto
-. Vogliamo essere liberi dalla politica e soprattutto dalla televisione che
deve rendere conto agli inserzionisti pubblicitari. Abbiamo alle spalle un
cinema di alto livello, che ha dato tanto al mondo, ma oggi purtroppo non
abbiamo una solida base commerciale».

A questo punto le fatidiche domande/provocazione
da parte di Antonio Monda che forse è un po' come chiedere ad una persona di
gettare dalla finestra la mamma o la sorella? Ossia, "Come vi ponete di fronte
all'aspetto commerciale visto che il vostro cinema è più di nicchia?" e "Si può
fare cinema di qualità all'interno dell'industria, oppure per rispettare i propri
principi bisogna starne fuori?

Giovanni Davide Maderna: «Personalmente non mi
sono posto il problema, però il mercato è quello che è, vigono le regole del
sistema americano e anche l'Europa, per riconquistare una certa fetta di
mercato, si sta adeguato al cinema americano. E riguardo allo stare fuori o
meno l'industria cinematografica, sicuramente per far sì che un film sia un
minimo mio, devo starne fuori».

E finalmente si arriva alla madre di gran parte
dei mali del cinema, la distribuzione. I film che abbiamo visto ad Open Roads
non andranno oltre, purtroppo, la sala del Walter Reade Theater, e lo stesso
destino sarà riservato alle pellicole di altri festival e come giustamente
Haber ha tuonato: «Se certi film non vengono proiettati neanche in Italia, come
fanno ad arrivare negli Stati Uniti? E diversamente, perché alcune sale in
Italia devono essere obbligate per contratto a tenere film (soprattutto
americani) che spesso hanno in sala quattro persone?».

L'affondo continua da parte di Laura Delli Colli.
«Noi ci portiamo dietro il peso del passato e la distribuzione ha fatto
arrivare solo un certo tipo di cinema. All'estero si amano ancora attori che
ormai non ci sono più e le stesse televisioni continuano a far passare film
molto vecchi. Oggi abbiamo il grande problema del ricambio generazionale, lo
star-system è bloccato, per cui per un giovane regista o un attore è difficile
affermarsi».

Dopo tutto ciò che è stato detto, a volte ci
sembra che il cinema italiano sia un po' come un cane che si morde la coda e
che a volte gridi troppo spesso al lupo al lupo. Questa volta, ripetiamo, è
stato Quentin Tarantino ad accendere la miccia, un'altra volta la mancanza di
finanziamenti, un'altra ancora la mancanza di idee, e allo stesso tempo si
continua a ripetere, però, che il cinema italiano non è affatto morto, anzi sta
vivendo una grande rinascita. Il problema dov'è? Il problema è che da che è
mondo e mondo i film commerciali (lo dice la parola stessa) incassano più di
quelli di nicchia, riservati a pochi intimi (ma è bene che ci siano), non si è
scoperta l'acqua certo l'acqua calda, e da che è mondo e mondo l'industria
segue i gusti del pubblico, avete mai visto un'azienda che investe in un
prodotto che non rende? Sarebbe autolesionista. Ce la vogliamo prendere con il
pubblico? Neanche, come ha detto Eugenio Sorrentino: «Il cinema è un'industria
con delle persone che vogliono raccontare qualcosa al pubblico. E' come avere
una relazione, può essere con una persona, due, mille, si deve dare spazio a
tutte le libertà».

Appunto, non si può costringere il pubblico a
vedere ciò che non vuole, e d'altronde si va al cinema anche per divertirsi,
quindi, smettiamola di piangere, magari la prossima volta non facciamolo
neanche più un dibattito sul cinema, a che serve? E smettiamola anche con
questo assistenzialismo tutto italiano, perché battere sempre cassa a papà
governo? Lo Stato non può rischiare con i soldi dei contribuenti, i privati con
i loro sì. Rivolgiamoci piuttosto a loro.

Arrivederci alla prossima puntata
perché tanto è una soap opera senza fine e intanto ascoltate il consiglio di
Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò: «Andate al
Lincoln Center a vedere i film italiani».