A modo mio

La questione è globale

di Luigi Troiani

Il recente vertice sul mar Baltico dei G8, ha confermato che i problemi del nostro tempo sono globali e hanno bisogno, di conseguenza, di soluzioni altrettanto globali. L'affermazione trova conferma sul piano tecnico, in quanto agli strumenti necessari per...

...dare risposta ai bisogni con i quali ci confrontiamo quotidianamente. Trova anche conferma sul piano politico, come necessità di un potere in grado di assumere decisioni adeguate e di farle rispettare anche attraverso sanzioni.   

La nostra epoca, grazie alle sue capacità tecnologiche e alla diffusione del numero dei regimi liberali, ha deterritorializzato e dematerializzato la struttura dell'economia, estendendo il reticolo dei comportamenti globali. Si pensi a Internet, ai mercati finanziari, alle reti delle pipeline di gas e petrolio, alla crescita esponenziale delle migrazioni di capitali umano e finanziario, alle multinazionali (si contano 70mila case madri e 900mila affiliate, con un commercio interno, ovvero gli scambi interni alla filiera di produzione e finanza, pari a 1/3 delle esportazioni mondiali). Non può dirsi lo stesso riguardo alla politica. A parte eccezioni (e tale, con i suoi limiti, può essere considerata la vicenda dell'Unione europea), continua ad esprimersi soprattutto attraverso fenomeni legati alla materialità e al territorio, come mostra quanto sta accadendo in queste ore nella striscia di Gaza e in genere nei territori palestinesi.
E' evidente che solo colmando la distanza tra mondializzazione dell'economia e "tribalismo" della politica, potranno trovarsi le risposte che le popolazioni attendono dai governanti. I nostri tempi devono superare l'antica questione della cosiddetta "anarchia" del sistema internazionale, che va dotato di un "governo" adeguato alle sfide con cui ci confrontiamo. L'esigenza non è stata avvertita in altre epoche di globalizzazione, ad esempio tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, quando i re di Spagna e Portogallo, e poi la corona d'Inghilterra, hanno promosso l'espansione europea verso le nuove terre. Né è stata sentita nei decenni (1840-1910)  del debutto dell'attuale globalizzazione, quando la Union Jack britannica proponeva all'universo mondo ordine, sicurezza, libertà dei commerci e degli investimenti. Diversa appare la questione quando il numero degli stati sovrani ha superato le 200 unità, risorse d'ogni tipo si spostano con modalità incontrollate in ogni angolo del mondo per volumi e valori fantasmagorici, gli esseri umani circolano in quantità e modalità che spesso sfuggono anche al più occhiuto dei controlli.

 Britannia nella seconda metà del Novecento, come Roma nell'antichità, hanno espresso sistemi globali sia economici che politici. Quei sistemi potevano essere tali perché erano una sorta di  One Big Nation, perché la cultura generale non sentiva necessità di democrazia, perché vi era un solo potere forte di controllo, perché la tecnologia non era immateriale, veloce, innovativa, come la nostra.

Nell'attuale globalizzazione i centri del potere politico sono molti (organizzazioni internazionali, stati, regioni e autonomie locali, Ngo, chiese, etc.), gli interessi hanno tutti diritto ad esprimersi, i mass media e le opinioni pubbliche sorvegliano i poteri economici e politici e sono in grado di orientare il voto dell'elettore, nuovo king maker quasi ovunque nel mondo. La velocità della comunicazione, pone inoltre problemi di gestione e controllo che mai altre epoche hanno conosciuto. Solo la collaborazione internazionale, sostenuta dal consenso delle opinioni pubbliche, potrà risolvere questioni, come quella drammatica dell'effetto serra e del riscaldamento planetario, che per loro natura non potranno mai essere gestite dai singoli governi.