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Due “pesi massimi” sul ring della politica inglese: il ritorno dell’euroscetticismo britannico

di Toni De Santoli

Due "pesi massimi" stanno per darsi battaglia in Gran Bretagna. Sono il Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, laburista, e il leader del Partito conservatore David Cameron. "Peso massimo" della scena politica britannica, Brown...

...lo è già da un pezzo:
Cameron lo è diventato in questi ultimi mesi, assicurandosi prima la leadership
conservatrice, restituendo poi vigore e credibilità ai "tory". I due faranno
scintille. Siamo alla vigilia di un confronto politico che - come ampiezza e
portata - ricorderà con ogni probabilità quello elettorale fra Churchill e
Attlee nel 1945, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. All'epoca
vinse il laburista Attlee poiché gli inglesi chiedevano - e avrebbero poi
ottenuto - grandi riforme. Ne avevano ogni diritto dopo aver sputato sangue e
versato lacrime (il sangue e le lacrime "promesse" da Churchill)
nell'apocalittico, vittorioso, conflitto con le forze dell'Asse e con l'Impero
del Sol Levante.  La piccola e media
borghesia entrarono allora in qualche stanza dei bottoni e, poco più tardi, il
popolo britannico ricevette l'assistenza sanitaria gratuita.

Come nell'immediato
dopoguerra, anche oggi è in gioco il futuro degli inglesi. Lo è sul piano
sociale, economico, legislativo e giuridico. Giorni fa, in occasione del
vertice del G8, il primo ministro uscente Tony Blair - secondo il "Daily
Telegraph" e secondo altri quotidiani inglesi - avrebbe impegnato Londra a
trasferire presto nelle mani dell'Unione europea grossi poteri nazionali e
sovrani. Ma questo, secondo fonti inglesi, sarebbe avvenuto in una segretezza
inaccettabile per i cittadini di Sua Maestà. Ugualmente inaccettabile - sottolineava
lunedì scorso il "Daily Telegraph" - è il fatto che un'iniziativa di questa
magnitudine sia stata presa da un primo ministro che a luglio sloggerà dal
numero 10 di Downing Street e dove - in virtù di accordi raggiunti tempo fa dai
due - arriverà appunto Gordon Brown.

Lèvati cielo! David
Cameron è insorto. Il capo dei conservatori dichiarava in quelle ore che su
ogni bozza di trattato fra Gran Bretagna e Unione europea, dovranno essere i
cittadini britannici a decidere, grazie all'istituto del referendum, e non più
un primo ministro stesso o una direzione di partito. Il "Daily Telegraph"
rincarava la dose: non è che adesso - questo il concetto espresso dal giornale
- ci si trovi dinanzi a un qualsiasi trattato proposto dalla Ue; ora la Ue
tenta, in modo surrettizio, di imporre a popoli e Paesi quella costituzione
europea già bocciata senza mezzi termini nel 2005 dagli elettori francesi e
dagli elettori olandesi.

E' l'eventualità di una
completa integrazione britannica nell'Unione europea, a suscitare forti
perplessità - se non addirittura ostilità - fra parecchi inglesi e soprattutto
negli ambienti giornalistici mentre, a loro volta, sulla questione europea
entrambi i partiti (il "New Labour" e i conservatori) appaiono divisi. Ma in
entrambi gli schieramenti oggi le correnti europeiste - a differenza di cinque
o dieci anni fa - risultano in minoranza. Potrebbero tuttavia aver ragione
Blair e gli altri europeisti quando essi dicono che una ben più profonda
applicazione dei principi e dei postulati della Ue rappresenta il solo modo
attraverso cui l'Europa possa contare ancora qualcosa e riuscire a fare i
propri interessi, e quelli dei suoi cittadini, in un mondo che cambia a
velocità vertiginose. Eppure, occorre tener conto anche delle posizioni degli
euroscettici. Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, non hanno ancora adottato
l'euro, per non parlare della Svezia e della Svizzera che, fedeli alla propria,
plurisecolare, neutralità, non fanno nemmeno parte della Ue. Nel caso specifico
degli inglesi, il timore è che la completa adesione all'Unione europea possa,
nell'arco di una sola generazione, defraudare l'Inghilterra di tutto ciò che,
almeno negli ultimi cinque o sei secoli, l'Inghilterra ha orgogliosamente
realizzato sul piano politico, sul piano legislativo, eppoi su quello
giuridico, su quello religioso e così via. In Gran Bretagna il sistema metrico
decimale (una "rivoluzione" peraltro voluta da un premier conservatore, Edward
Heath...) è in vigore dall'ormai lontano 1971, ma questo è pur sempre il Paese in
cui si dice che "per quanto umile sia la mia casa, nemmeno il re o la regina
possono mettervi piede senza il mio permesso"; in cui nessun cittadino può
essere giudicato due volte per lo stesso reato imputatogli; in cui non si vuole
l'introduzione della carta d'identità poiché questa ha sapore di Stato
poliziesco e quindi se Tommy Hall dice di chiamarsi Tommy Hall e di abitare al
57 di Onslow Gardens, London S.W.7, vuol dire che Tommy Hall "è" Tommy Hall,
residente, sissignori, al 57 di Onslow Gardens, London S.W.7, e non altrove!
Nemmeno la regina può metterlo in dubbio.

Per parecchi inglesi,
porre il proprio destino nelle mani dei tecnocrati e dei burocrati (non eletti
dal popolo, si sottolinea in Inghilterra) sarebbe insomma come fare un salto
nel buio. A loro, il salto nel buio può forse chiederlo la regina, ma non un
qualsiasi politico continentale che ha ottenuto chissà come l'incarico di
presidente della Commissione europea (senza esservi stato eletto dal popolo...).

A questo punto si sa come la pensa Cameron: il capo dei
conservatori dice appunto che la sentenza spetta all'elettorato, ma egli nel
proprio intimo spera che l'elettorato (come sembra verosimile) dica "no" a
qualsiasi trattato che leghi troppo l'Inghilterra ai Paesi continentali. Ma
come la pensa Brown, lo scozzese "di ferro", uno che, forse, è un enigma
"anche" a se stesso?  C'è chi dice che
Brown sia un "estremista di sinistra" e chi sostiene, invece, che sia "un
moderato di sinistra", benchè di stampo autoritario. Una cosa è certa: da bravo
scozzese, il futuro primo ministro britannico è un dirigista. Gli piace quindi
l'economia mista, vale a dire l'economia che trova compartecipi Stato e
privati. Comunque sia, saranno davvero scintille fra il leader conservatore e
il nuovo primo ministro. In
attesa delle prossime elezioni politiche.