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“FANCY FOOD”: Gioie e dolori del nostro successo

di Natasha Lardera

Sono stati tre giorni intensi quelli del Fancy Food, fiera per la ristorazione che si tiene ogni anno a New York agli inizi di luglio. Migliaia di persone hanno “assalito” il Javits Center alla ricerca dei...

...prodotti migliori e delle novità più stuzzicanti.
Per la seconda volta nella sua storia lunga 53 anni, il Fancy Food è risultato essere completamente sold out con più di 2400 espositori (il 5% in più dall’anno scorso); 1200 americani, il resto proveniente da tutto il mondo. I padiglioni internazionali erano 73, con l’Italia a capo con 270 aziende. “Lo show è il piu importante al mondo per quest’industria in continua crescita,” ha dichiarato Ann Shaw, presidente della NASFT, l’organizzazione che ha creato il Fancy Food, “Tutti gli addetti al lavoro contano su questa fiera per provare il meglio che c’è sul mercato nazionale ed internazionale.”
“Dal 2002 la nostra missione è di dare spazio alla diversità culinaria,” aggiunge Anthere Motayne, della NASFT, “diamo quindi molto spazio a produttori stranieri che si meritano il successo che hanno e cerchiamo di trovarne sempre di nuovi.”
E quando parliamo di successo bisogna parlare degli italiani, presenti con dei prodotti amati da tutti.
Il Dr. Aniello Musella, Trade Commissioner ed Executive Director per gli USA, presente allo stand dell’Ice, ha sottolineato l’idea che lo scopo del suo ufficio è di preserntare allo show il meglio di casa nostra.
“Ormai cibo e vino italiani,” ha dichiarato Musella, “piacciono sempre di più e si trovano ovunque. Non c’è più bisogno di andare in un negozio particolare che venda prodotti italiani, ma fanno parte dell’esperienza americana.
Sono prodotti di fama mondiale non solo per l’alta qualità, ma per tutto il pacchetto che offrono. L’export italiano nel settore cresce del 14% e l’Italia continua ad essere campione nell’export dei vini.”
Questa forte presenza di prodotti italiani sul mercato Americano, porta in superficie la problematica delle imitazioni, prodotti che fanno di tutto per sembrare italiani, dall’uso nome e degli ingredienti. La compagnia Paesana, per esempio, che offre deliziose salse e verdure sott’olio, ad un occhio inesperto potrebbe sembrare italiana… poi basta leggere le etichette dove i pinoli vengono chiamati pignoli o tra le salse troviamo la Pomodoro Marsala che ci rendiamo conto che qualcosa non torna. Non vogliamo togliere niente alla qualità di questi prodotti fatti nello stato di New York, che in realtà sono ottimi, ma non sono italiani.
James Mellgren giornalista del Gourmet Retailer, dichiara che “Il cibo italiano e la cucina italiana in generale, hanno avuto la maggiore influenza sulle nostre tavole e nei nostri ristoranti per tutta la seconda parte del 20esimo secolo, e gli effetti di questo successo si sentono ancora oggi nel 21esimo secolo. Mi sento sicuro nel dire che la cucina italiana è la cucina preferita dagli americani e le motivazioni sono semplici. Primo, gli ingredienti si sono integrati nella nostra cucina; sono stati importati da anni, prima dagli immigranti che si spostavano in questo paese e poi da importatori sofisticati che si propongono direttamente ai nostri chef e ristoranti. In secondo luogo, posso dire che è una cucina semplice, con poche tecniche da imparare, quindi approcciabile da tutti quelli cha amano cucinare. Ed infine molti, o quasi tutti, ingredienti si trovano dappertutto.”
Il padiglione italiano ha rappresentato un’ampia gamma di prodotti, dagli oli e altri condimenti, di spicco l’aceto balsamico, alle paste, formaggi & salumi, vini, dolci, acque e dei favolosi tartufi. Ci si sente fieri di essere parte della migliore produzione enogastronomica.
In contrasto alla forte presenza sul campo troviamo che al press office, dove i partecipanti alla fiera sono invitati a portare cartelline stampa, comunicati o altro materiale di promozione, la partecipazione italiana sia molto debole. Il primo giorno, tra libri e cartellette colorate, c’era il materiale di solo 3 compagnie italiane, che sono cresciute ad essere 6 il secondo ed il terzo giorno. Una percentuale decisamente piccola considerando la dimensione del padiglione italiano.
Fonti anonime hanno dichiarato, “Si ma noi siamo presenti allo stand della Commission.” Si ma i giornalisti si incontrano nell’ufficio stampa prima, e durante, di entrare nello show per prendere idee su che stand visitare. Naturalmente, l’Italia è così amata che pochi la saltano, questo non lo si mette in dubbio, ma non per questo bisogna sottovalutare il potere dell’ufficio stampa, uno strumento da sfruttare al massimo.
L’impressione generale è stata che comunque agli italiani non piace dare molti volantini o depliant. Allo stand di un produttore di aceto e verdure in barattoli, nonostante il pass da giornalista, la possibilità di ricevere un volantino mi è stata rifiutata, con sgarbo e persino fastidio. Questo si è ripetuto in altri stand, dove mi è stato detto che I pochi depliant disponibili erano per compratori non per giornalisti. Dai soliti Grana Padano o Parmigiano Reggiano la situazione è diversa, e loro possono permettersi una buona campagna promozionale, quindi anche dei cataloghi e persino dei ricettari.
Ma non finisce qui, la filosofia dell’italiano è decisamente diversa da quella dell’americano. Il Dr. Kenneth C. Herbst, studioso del mercato e giornalista, ha dimostrato come il sampling (in questo caso l’assaggiare il prodotto) sia un importante strumento di promozione. “Il modo di attirare gente e possibili clienti è quello di rendere l’esperienza divertente e piacevole. In altre parole, offrire qualcosa da assaggiare diventa un qualcosa stuzzicante per un compratore non un noioso compito di lavoro. Perchè si dovrebbe comprare a scatola chiusa con solo una promessa che il prodotto sia buono? I prodotti migliori da far assaggiare sono quelli meno conosciuti che stuzzicano la curiosità di tanti.”
Questa non sembra essere la teoria dei produttori italiani, che oltre a qualche bruschetta, dell’olio d’oliva, e dei taralli non si sono scomodati molto. Tornano presi in causa Grana e Parmigiano che invece erano presenti con forme intere di formaggio, da aggiungere però che entrambe le compagnie hanno il supporto di compagnie di PR & Marketing americane, e altri produttori importanti tipo Parmacotto, che offriva un ottima porchetta, e qualche altro. Molti stand apparivano abbastanza spogli, con solo qualche confezione a decorare le pareti bianche.
Se ci si spostava ai padiglioni locali dove le hostess ti rispondevano persino al saluto, il panorama cambiava notevolmente. Ti offrivano di tutto e di più. Non solo carciofini alla girglia o patè d’oca, ma persino tutte le necessarie informazioni stampate e anche qualche sospirato sorriso… Raramente, o meglio mai, si vedeva il produttore americano seduto al tavolino a leggere il giornale rivolgendo le spalle al pubblico che aveva delle domande. Certo il prodotto americano non è come quello italiano, ma non si può puntare solo sul nome, sulla provenienza, o sulla qualità del proprio prodotto, bisogna anche saperlo vendere. Persino i francesi si sono dimostrati più disponibili… e questo è dire molto.