Teatro

Gullotta, l’attore e le sue virtù

di Valerio Cattano

Leo Gullotta, ovvero, il ritorno alle radici. Attore di teatro e cinema, interprete di personaggi per la televisione, catanese che non ama piangersi addosso (pessima tradizione della Trinacria), ma andare avanti...

...e difendere le proprie
idee. Ritorno alle radici perché Gullotta, dopo anni di assenza, nello spazio
di alcuni mesi è stato in Sicilia, portando nei teatri di Catania e Palermo
"L'Uomo, la Bestia e la Virtù" di Pirandello, con plausi dal pubblico e
successo di critica: ghiotta occasione per discutere con lui di cultura e non
solo.

-Assenza prolungata la sua...

"Non recitavo al teatro Stabile di Catania da 37
anni. E' come tornare nel ventre della mamma. Il posto dove sono cresciuto,
dove mi hanno formato, dove trovai una struttura umana straordinaria: basta
ricordare, solo per citarne alcuni, 
Mario Giusti, Pippo Fava..."

-Sul palcoscenico con un lavoro di Pirandello; ma
allo spettatore siciliano importa cosa vede? Fa differenza fra una farsa in
dialetto o un' interpretazione drammatica d'alto livello?

"Negare che vi sia una certa superficialità non
sarebbe onesto. Tuttavia non dimentichiamo che la Sicilia, e specialmente
Catania, ha avuto in passato un momento culturale di rilievo: era la città dove
si mettevano in scena le anteprime nazionali. Il catanese colto esiste, ed ha
pure voglia di allontanarsi da un mercato che vuol banalizzare tutto. Poi
possiamo dire che una fascia di pubblico va a teatro come  presenzia alla messa la domenica mattina. Non
è che tutti sono interessati realmente; è più una questione di esserci, di
salutare il vicino di poltrona".

-Lei fa riferimento ad una città che amava la
cultura. Oggi si assiste ad un collasso totale: le aule consiliare di Comune e
Provincia occupati da ex operai che pretendono da chi amministra gli enti
locali, il rispetto dei patti per le assunzioni, invocando il pericolo di una
politica sfacciatamente clientelare. E molti esponenti locali dei partiti
invece di soffermarsi su questioni di tale gravità preferiscono spendersi in
modo appassionato per far riaprire lo stadio ai tifosi, chiuso dopo gli
incidenti del 2 febbraio...

"Intanto mi preme dire che sono vicino ai
disoccupati che protestano per non finire in mezzo ad una strada. Per quel che
riguarda il rapporto fra la politica ed il tifo allo stadio, mi pare evidente
che si tratti di supporters utilizzati ad uso e consumo. Il calcio è ormai un
affare. Io non mi diverto più ed evito di andare a vedere le partite. Penso che
se si togliesse il denaro, quella gran massa di soldi che lo ha reso un affare,
forse tornerebbe ad essere solo uno sport...

-Solo uno sport? Se ascoltasse i discorsi di una
parte della classe dirigente cittadina, è una questione di Stato, un complotto
contro Catania! E' come se, dimostrando l'innocenza dell'unico accusato per la
morte del poliziotto, si potesse assolvere l'intera città da quella notte di
guerriglia urbana...

" E così abbiamo l'idea di quanto basso sia il
livello della politica attuale. Un problema non solo di Catania. Non c'è
interesse ad occuparsi di cultura, e non intendo per cultura capire i massimi
sistemi o parlare di filosofia. Intendo la crescita della città. Si assiste ad
uno scempio, una noncuranza che ha conseguenze nefaste sulle strade, sulle
piazze: ma, naturalmente, è meglio parlare d'altro come i cancelli chiusi dello
stadio."

-La realtà offre molti spunti di riflessione, che
potrebbero tradursi pure su un palcoscenico teatrale. Perché si preferisce
invece privilegiare i classici rispetto a nuovi autori dalle tematiche attuali?

" Il classico c'è, è rimasto nel tempo, è scritto
come deve essere un testo. Negli ultimi anni sono emersi diversi monologhisti
come Paolini o Celestini, molto bravi, ma manca il drammaturgo che colpisce nel
segno. Poi aggiungiamo che in Italia persiste la cultura di "Mi manda Picone",
che ha generato una confusione enorme. Per cui spesso un autore ha difficoltà a
far leggere le proprie produzioni perché non appartiene a nessuna tribù..."

-Neppure Gullotta era legato a qualcuno, però ha
fatto la sua carriera...

"Torniamo al discorso iniziale. La mia formazione
è avvenuta all'interno di un mondo culturale che mi ha dato una impronta
civile, di impegno. Ho fatto l'attore come sempre ho voluto; una volta mi sono
travestito, un'altra ho scelto una parte diversa, tenendo però sempre presenti
educazione civica e culturale, voglia di battersi e di riuscire, anche a
dispetto delle difficoltà o delle tribù. Mi hanno insegnato a non essere un
impiegato della parola, ma ad impegnarmi, come uomo e come professionista".

-Di recente ha preso parte a "La città e l'Isola",
in scena al Teatro Valle di Roma: la storia della deportazione degli
omosessuali catanesi durante il fascismo. Sarebbe stata una bella opportunità
recitare nel capoluogo etneo, dove ancora qualcuno sostiene che quella è stata
una dittatura all'acqua di rose, che si lasciavano le porte aperte...

"Perché non c'era niente da rubare. Battuta a
parte, si tratta di una lettura teatrale molto interessante. Certi temi
purtroppo creano subito reazioni violente; viviamo immersi in una cultura
omofobica, si alimentano le divisioni. Cresciamo nell'ipocrisia: ancora la
parola profilattico in pubblico suscita sdegno...non aggiungo altro".

-Nell'era dei filmati su YouTube e di Playstation
e  Xbox, perché uscire da casa ed
assistere ad un lavoro di Pirandello interpretato da Gullotta?

"Perché è teatro con la T
maiuscola. Non ci sono furbizie, il testo è come lo ha scritto lui, fra i più
grandi autori europei. Un lavoro che tratta temi assai attuali: ipocrisia,
perbenismo, pregiudizio. Il sorriso diventa un graffio a sangue".