In primo piano

"Intervista" con Garibaldi: sostiene l’eroe dei due mondi...

di Gianna Venturini

La statua che raffigura Giuseppe Garibaldi a cavallo, sulla cima del colle romano del Gianicolo, quello sul quale combattè la sua battaglia più bella anche se perduta, è un bronzo patinato di verde...

...e irriverentemente striato dalle bianche dejezioni dei numerosi piccioni che hanno colonizzato il Piazzale e il monumento. Garibaldi non impugna la spada cavalcando verso le glorie future, ha la testa china e pensosa, le spalle ricurve e di fronte al dirimpettaio colle del Quirinale non guarda neppure quel palazzo che lui ha tolto al potere temporale dei papi e restituito al popolo italiano.

- Generale, se posso permettermi, dopo tutto ebbe l'investitura dai piemontesi...o preferisce che La chiami Eroe dei Due Mondi?

"Alla fine ho combattuto più per terra che per mare, più nel vecchio mondo che nel Nuovo, e non essendo mai stato un ammiraglio, qualsiasi cosa va bene, ma non Deputato."

- Partecipa di lassù anche alla disaffezione per la politica che sta devastando l'Italia?

"La politica è stata la croce dei miei anni e delle mia vita. Ho perfino fatto la sciocchezza di lasciarmi irretire nel giochino parlamentare, cedendo alle lusinghe di Cavour, proprio lo stesso personaggio che aveva fatto di me uno straniero in patria regalando alla Francia la mia città natale. Dei molti errori questo è quello che più mi cuoce."

- Generale Lei ha avuto enormi opportunità nella vita ed è ricordato principalmente per l'impresa dei Mille con i quali, sorvolando sul vero effettivo della truppa, conquistò un regno che durava da ottocento anni...eppure la sua statua qui e con questa espressione assorta e chiusa significa che l'artista ha inconsciamente catturato uno stato d'animo diverso dal celebralismo corrente sulle sue imprese? In questa statua non c'è nulla che ricordi il condottiero scarmigliato nelle terre siciliane.

A quale episodio della Sua vita pensa?

"Alla Repubblica Romana, che fu una esperienza più umana che militare. Roma e la sua libertà repubblicana era più emblematica delle altre libertà che ho difeso sulle sponde europee, americane e perfino asiatiche. Roma era il simbolo, l'origine di una civiltà, di leggi e strutture che aveva retto il mondo per mille anni. Il mio spirito civico, la mia fede massone nella capacità dell'uomo e della sua ragione non offuscata da credi fideistici religiosi, sentivano a Roma che qui era importante confrontarsi tra oscurantismo religioso e progresso dell'uomo artefice di sé stesso. Il mio monumento qui su questo colle non è questa tonnellata di metallo in cui sono effigiato: sono le rovine e i muri delle belle ville qui intorno che portano ancora il segno dei proiettili: Villa Medici, Il Vascello e le altre dove combattè e morì la migliore gioventù. Ci vinsero quei francesi accorsi a difendere il papa, ai quali Cavour aveva appena sacrificato con Plebisciti truccati Nizza e Savoia.

E come potrei stare qui a cavallo, a schiena dritta dopo che fummo sconfitti, messi in fuga, inseguiti da tutti. Come potrei dimenticare quelle giornate angosciose? Uscimmo da porta S. Giovanni, ma per andare dove? Avevo con me 4.000 uomini male armati e ci inseguivano 8.000 francesi da un lato,7.000 spagnoli dall'altro e le truppe borboniche. Tra battaglie e astuzie apprese nelle mie guerriglie sudamericane li tenni a bada, ma i miei uomini scorati disertavano. Da Terni e l'Alta Valle del Tevere scavalcai gli Appennini verso la Romagna ed il mare. Ma era la fine dell'impresa, ero rimasto con qualche fedele e Anita morente.

Forse la mia vita e le mie illusioni giovanili finirono in quella notte nel campo di melega vicino alla fattoria delle  Mandriole, dove finalmente riuscimmo a portare Anita adagiandola su un materasso. Ma di lei ormai c'era solo il corpo, che dovemmo seppellire in fretta e furia, tanto che fu subito scoperto, disseppellito e vigliaccamente preso a pretesto di una ulteriore persecuzione: dissero che c'erano segni di strangolamento, come se avessi voluto liberarmi del peso di una malata che ostacolava la mia fuga, come ci si libera di un vecchio animale. Arrestarono gli abitanti della fattoria e anche se finì tutto in una bolla di sapone era stato un brutto suggello alla mia storia d'amore, l'unica e vera."

La statua equestre di Anita è a cento metri dalla sua, La morte l'ha salvata dalle altre delusioni, appare ardita e impetuosa, in una corsa a cavallo ormai eterna.

E le altre storie amorose ebbero caratteri particolari: per esempio l'amore improvviso, quasi senile, per la marchesina Giuseppina Raimondi intraprendente diciassettenne che se lo sposa per essere immediatamente abbandonata - si dice - lo stesso giorno delle nozze ( nulla è banale nella vita di Garibaldi, non certo un uomo prudente) dopo che una lettera lo informa della recente tresca tra la Raimondi ed un ufficiale, che la sposina conferma con disinvoltura, schivando la seggiolata del neo  ex  sposo, aggiungendo che una sgradita gravidanza l'aveva indotta a circuire l'anziano condottiero che c'era cascato in pieno. Poi l'unione quasi da naufraghi su un isola deserta che Garibaldi visse a Caprera, con una donna, Battistina Raveo, unica sulla desolata isola, che lo accudiva e dalla quale ebbe una figlia, che riconobbe; Anna Maria, della quale si prese cura per l'educazione, in Svizzera, un'altra donna importante per Garibaldi , la cosmopolita e ricca tedesca Speranza Von Schwartz, che aveva fin dall'epoca della Repubblica romana subìto il fascino di quest'uomo. La ragazza, che Garibaldi chiamava Anita, morì a sedici anni, forse di salmonella, dopo un pasto di frutti di mare.

Alla fine, la pace domestica con una donna piemontese, Francesca Armosino, che ha gestito gli anni difficili della vecchiaia e che gli ha dato tre figli, due maschi e Clelia, vissuta fino al 1925 che ha provveduto amorosamente alla conservazione dei cimeli familiari del padre.

- Generale a proposito del fascino, era tale che non si mettevano d'accordo nemmeno sul colore dei suoi occhi: chi li descrive cerulei, chi blu, chi viola, ma in realtà erano castani, di quel castano chiaro, nocciola, ambrato, tipico dei rosso-biondi di capelli e pelle chiara quel era il suo genotipo?

"Le signore e gli esagitati tutti che incontrai nella mia vita hanno scritto di tutto e il contrario di tutto. Sono stato il bersaglio mediatico -  come si direbbe adesso - di persone le più diverse tra di loro e che sinceramente mi vedevano proteiforme, ma nessuno amava la prosaica realtà: chi descrisse mai Garibaldi con gli occhiali? Figuriamoci, dovevo avere per forza lo sguardo d'aquila, le chiome al vento, anche se in verità non avevo tempo di stare a scorciare capelli folti e indisciplinati, sul colore dei quali sono stati sprecati altri fiumi d'inchiostro. Colore che probabilmente dipendeva dalla frequenza dei lavaggi durante le campagne..."

- Generale, ma Lei ha fatto dei Mille un esercito vittorioso e di questa Spedizione l'inizio dell'Unità d'Italia. In effetti era una conquista della parte laica e massone della società, con poco o nulla a spartire con l'ottusa politica sabauda nei rapporti interni, anche se era abbastanza fortunata, sagace e spregiudicata nella politica estera. Quello che non capisco quindi è la consegna, piatta e concisa a Teano di quella conquista - alla quale dopo tutto il Piemonte aveva contribuito solo all'ultimo momento -  a Vittorio Emanuele II, con il quale non c'era e non ci poteva essere nessun feeling. Si può spiegare con la successiva scomparsa di Ippolito Nievo, tesoriere dell'impresa, con i libri di cassa?

"Nievo si imbarcò a marzo del 1861 per il continente con i rendiconti, ma nessuno l'ha più visto. Ippolito Nievo aveva ricevuto l'ordine di tornare a Palermo, dopo la presa di possesso piemontese dei territori ex-borbonici, per raccogliere la documentazione necessaria a smentire una campagna di dicerie calunniose montata contro l'amministrazione finanziaria dell'impresa garibaldina. Il 4 marzo si imbarca sul piroscafo Ercole, ma di ritorno verso il continente la nave si inabisserà nel Tirreno, al largo di Napoli, pare per lo scoppio delle caldaie. Il relitto non verrà mai ritrovato."

Si sussurrò, e qualcuno oggi ripete, che a questo naufragio non fosse estraneo il governo di Cavour. Sulla scia dell'Ercole viaggiava in realtà un groviglio di interessi, che coinvolgevano politici, banchieri... circostanze che gettano un'ombra sull'intricata e misteriosa vicenda, caduta nell'oblio, e su aspetti poco chiari del Risorgimento.

In realtà l'oro era arrivato sotto forma di 3.000 piastre turche raccolte in massima parte dai massoni di tutto il mondo a cura del governo inglese con il quale Garibaldi aveva avuto dei colloqui ancora prima del secondo esilio americano, questa volta negli Stati Uniti, quando giunse a Staten Island, nel 1850, e visse con il connazionale Meucci a fabbricar candele. Meucci che stava lavorando al suo progetto per il telefono, rimane l'emblema dei grandi ingegni italiani perduti all'estero, e uno sfortunato perdente per circostanze contro le quali nemmeno la presenza di un personaggio decisionista come Garibaldi potè nulla. Il viaggio di Garibaldi in America aveva anche lo scopo di raccogliere fondi statunitensi per l'operazione armata. Il soggiorno finì per durare cinque anni, fino a che Garibaldi scoraggiato non si rifugiò a Caprera dove iniziò a costruire la sua casa, quella in cui morirà nel 1882. Nel 1858 venne convocato da Cavour che gli conferisce l'organizzazione di un esercito dei volontari, quelli della Lega dell'Italia Centrale di Manfredo Fanti, e Garibaldi  lancia l'appello per "Un milione di fucili per l'Italia."

Ne rimedierà assai pochi, partendo per l'agognata avventura militare con un armamento raccogliticcio, nonostante l'appoggio dell'Inghilterra che vedeva con apprensione i legami che si stavano stringendo tra il Governo borbonico e l'Impero Russo che desiderava avere uno sbocco marittimo ed un avamposto nel Mediterraneo. A Talamone venne rifornito dai piemontesi di armi e  migliaia di "disertori piemontesi", escamotage linguistico con il quale il prudente re sabaudo salvava la faccia, anche se le sue navi lo scortarono fino a Messina dove i disertori, ben armati come un esercito regolare sbarcarono dopo la scenografica scesa a terra delle coloratissime camice rosse.

Le navi inglesi alla rada vegliavano sui propri interessi e sulle distillerie di Marsala.

- Generale, tornando alle donne, che sono state anche per Lei croce e delizia, molte furono quelle che si infilarono nel suo letto con la scusa di intervistarlo o scrivere su di Lei. Ultima, ma non certo meno importante fu una signora che non si accostò mai al suo letto, ma ha scritto una Sua biografia romanzata: Susanna Agnelli. Le racconto non le parole dell'Agnelli, ma per trasposizione, alcune frasi tratte dall'allegra parodia che ne hanno fatto due eleganti dissacratori quali Fruttero e Lucentini che hanno pubblicato in un libro le lettere apocrife scritte da lei a Susanna Agnelli:

"Caprera, maggio 1982 - Signora, ho preso in mano un suo libro: il titolo stesso mi respinge: ‘Ricordati di Gualeguaychù', come pronunciarlo senza dare l'impressioni di staccarsi un chewing-gum dai premolari? E poi donne, donne, donne che mi bramano, mi amano, mi rimpiangono, m'invocano...prima e dopo le battaglie, a cavallo a piedi, sul letto, sulla spiaggia, sulla paglia, nel retrobottega. Chi sono io per Lei? L'Eroe della sveltina?..."

"Saint Moritz, 1982 - Gentile Signora, ho ricevuto la Sua lettera di scuse che accetto, ma sono perplesso, perchè scrive che io chiamo le donne ‘Gazzelle in calore'? Mai stato in Africa..."

"Cortina, maggio 1982  - Cara Susanna, ho riletto per la quarta volta il libro e solo ora mi accorgo del lavoro svolto, delle ricerche, della Sua erudizione... mi creda Lei può osare tutto anche una biografia di Mazzini dal titolo: ‘Ricordati di telefonare a Cavour'.

‘Caprera, maggio 1982 - Susanita mia, non resisto più, il tuo scritto mi ha fatto capire che solo tu mi hai veramente compreso, tenera mcsmithina! Non vedo l'ora di essere accarezzato da te, ti aspetto domani a Talamone al Camping La Pinetina. Il tuo Gazzello Biondo. P.S. Non dimenticarti di vestire alla marinara.'

La statua appare più scura e silenziosa. Non l'ha presa bene la faccenda del Gazzello. M'infilo in auto e mene vado, sfilando dinanzi ai segni della battaglia e alla gelateria artigianale S. Pancrazio.