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Una donna e il suo mestiere: Oriana e la distanza del potere

di GIna Di Meo

Oggi sarebbe stato il suo compleanno (29 giugno per chi legge, ndr), avrebbe compiuto 78 anni e chissà se avrebbe gradito tanto parlare di lei, lei la donna che non sopportava non avere il controllo della situazione, che "controllava" le interviste...

...ma difficilmente le concedeva. Resteremo con questo dubbio, ma senza dubbio il tributo che, a New York, il Ministero per i Beni Culturali, nella persona del Ministro Francesco Rutelli, in collaborazione con Rcs Media Group, ha deciso di rendere a Oriana Fallaci a quasi un anno dalla sua morte, è stato ricco di contributi preziosi, non solo intellettuali, ma soprattutto umani, da parte degli amici, che ne hanno condiviso le passioni, gli sbalzi di umori, i litigi. Ci sarà impossibile per motivi di spazio dare il giusto risalto a tutti, a prescindere dalle simpatie o antipatie che una donna come la Fallaci suscitava. Partiremo da quello del Ministro Rutelli, che ha definito la giornalista italiana "un patrimonio nazionale per il nostro paese".

«Dobbiamo dare alla Fallaci ciò che è della Fallaci - ha commentato. Lei merita il giusto riconoscimento del pubblico, anche di chi non era d'accordo con lei perché interpella le ragioni della democrazia contemporanea».

Gli interventi sono stati moderati dal giornalista del Corriere della Sera, Alessandro Cannavò, che ha subito introdotto Paul LeClerc, presidente della New York Public Library, luogo dove si è tenuto il tributo alla Fallaci, e posto assiduamente frequentato da lei stessa.

Massimo Vitta Zelman, presidente Rcs Libri, ha, invece, parlato del rapporto della Fallaci con la Rizzoli, come lei diceva, il gruppo che per 50 anni è stato la sua casa e che lei non ha mai tradito ed al quale ha affidato tutti i suoi libri, tranne il primo "I sette peccati di Hollywood", pubblicato da Longanesi nel 1958. «È raro trovare - ha detto Zelman - un rapporto così stretto anche all'epoca in cui siamo stati in grosse difficoltà finanziarie. Per noi è stata un autore capitale anche se spesso ci sono state incomprensioni».

Particolarmente personale e commovente è stata la testimonianza del Console d'Italia Antonio Bandini, alla sua ultima uscita ufficiale prima di terminare il suo mandato. «Oriana e io - ha spiegato - ci siamo conosciuti due volte a distanza di venti anni, la prima all'apice dei combattimenti per la conquista di Beirut nel 1982 e poi esattamente vent'anni dopo, quando sono stato nominato Console a New York. Abbiamo riallacciato i contatti quando la sua salute si stava già deteriorando, pur mantenendo la sua brillantezza intellettuale e io ne conservo un ricordo molto personale. Lei era un persona difficilissima con cui trattare, con margini di tolleranza vicini allo zero, ma aveva una grande fiducia in se stessa pur senza arroganza perché sapeva ascoltare e analizzare la personalità del suo interlocutore. Quando ad esempio è uscito "La rabbia e l'orgoglio" io le dissi che ero d'accordo con lei al 5% e lei non ha cambiato il suo atteggiamento verso di me e nell'ultimo periodo mi ha persino nominato come suo esecutore testamentario».

Tra gli amici di Oriana Fallaci, Furio Colombo, ex direttore de L'Unità e già corrispondente dagli Usa per La Stampa, insieme a New York fin dai primi anni. «Oriana aveva un legame molto forte con New York e per entrambi era un posto da dove osservare il mondo, soprattutto per poter guardare l'Italia. Ricordo le tante sere passate a casa sua, lei cucinava, era molto brava tra l'altro e voleva che io e mia moglie fossimo con lei. Perché era una grande? Per il suo sguardo laser, per la sua capacità di vedere ciò che gli altri non vedevano, per la sua acutezza nel penetrare le persone, per il suo senso della storia e soprattutto perché lei non aveva padroni, per lei era sacra la distanza tra giornalismo e potere».

Sua amica anche la giornalista Rai Lucia Annunziata che l'ha ricordata come colei che ha cambiato la tecnica del giornalismo. «Lei ha eliminato - ha detto - la distanza che c'era tra intervistato e intervistatore, nelle interviste lei non stava in piedi bensì seduta ed aveva le sue opinioni». Dall'Annunziata è venuta anche una provocazione: "Perché non è mai diventata direttore di giornale?".

Da Daniele Protti, ultimo direttore de "L'Europeo", la lettura di una memorabile lettera scritta dalla Fallaci a Henry Kissinger dopo il suo fallimento e datata 3 aprile 1975. Ne riportiamo un breve passaggio. "Egregio signor Kissinger, ora che tutto le crolla addosso e la storia si accinge a ridimensionarLa (molto prima di quanto sperassi: lo ammetto) non le mancheranno certo i denigratori e gli accusatori e i giustizieri: in casa o fuori. Gli uomini, è noto, son vili. Finché il potere li terrorizza, applaudono o tacciono; quando il potere decade, strillano e ammazzano. Mi infastidisce quindi unirmi ai più, partecipare al linciaggio. Ma posso permettermelo. E posso permetterlo perché sono anni che su di lei scrivo o dico quello che penso: cioè ogni male possible".

Gino Nebbiolo è stato tra i pochi ad intervistarla e ne ha rivelato alcune abitudini quotidiane. «Oriana - ha detto - odiava il pc, troppo silenzioso e voleva solo la sua macchina Olivetti. Fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e non sopportava Giuliani perché aveva proibito di fumare nei ristoranti. Lavorava all'uncinetto per rilassarsi e aveva la rara capacità di litigare con tutti, ma nessuno ha mai cessato di amarla».

«Ho conosciuto Oriana - ha detto, invece Magdi Allam, vice direttore del Corriere della Sera - nel 2003, quando stavo lasciando Repubblica e mi sono trovato d'accordo con lei quando ha detto dopo l'11 settembre che "con questo estremismo non è possibile vivere perché è fondato sul rifiuto della vita».

Tra le altre testimonianze quella del giornalista Antonio Caprarica, Nan A. Talese, Vita Paladino, Isabella Rossellini e tramite filmato di Ferruccio de Bortoli, Jean Louis Arnaud, Philippe Franchini, Franco Zeffirelli, François Pelou, Barbara Walters, Edoardo Perazzi.

Tra i partecipanti anche Christiane Amanpour, chief international correspondent di Cnn. «Ho conosciuto Oriana - ha detto - nel 1990, durante la Guerra del Golfo e subito mi colpì la sua posa caratteristica, il suo modo di sedere, insomma era una signora. Lei è stata giornalista in un periodo che richiedeva coraggio, ed ha lasciato un'eredità. Perché è importante ricordarla? Per il suo raccontare senza paura, per il suo rifiutarsi di essere amica del potere, per me è stata di grande ispirazione e mi ha insegnato che il nostro lavoro è far pensare le persone non forgiare la loro testa. Aggiungo anche che lei odiava ogni forma di estremismo ma non era anti-islamica».

Riccardo Nencini, presidente del consiglio regionale della Toscana ha parlato del legame con la sua città, Firenze. «Amava la sua città in maniera viscerale, ma non accettava l'atteggiamento che i fiorentini avevano verso di lei, tuttavia ha voluto morire a Firenze. Aveva scelto la Torre dei Mannelli come posto perché quello era il luogo dove era stata organizzata la resistenza con suo padre. Purtroppo non abbiamo potuto assecondare il suo desiderio».

Una nota off stage che ci ha rilasciato Tony May, proprietario del ristorante San Domenico, di cui la Fallaci era cliente. «Oriana aveva anche paura e ricordo che un giorno mi disse che aveva trovato un uccello morto davanti la sua finestra ed era preoccupata che quello potesse essere un atto intimidatorio. Io le dissi che era solo un uccello morto, nient'altro».