Analisi

Politica internazionale / Torna l’incubo dell’83

di Valerio Bosco

L’incubo del 1983. Questo è ciò che ha cominciato ad agitare i sonni delle cancellerie europee e di tutti i Paesi impegnati nella missione di pace dell’ONU in Libano.

Un incubo materializzatosi improvvisamente dopo l’attacco dello scorso 24 giugno che è costato la vita a 6 peacekeepers spagnoli e colombiani. Tra il 1982 e il 1984, Stati Uniti, Italia e Francia misero a disposizione i loro militari per imporre un cessate il fuoco tra le fazioni guerrigliere palestinesi – rifugiatesi in Libano - e le forze israeliane. Dispiegata nell’estate del 1982, quella forza favorì l’evacuazione nei Paesi vicini di quasi 10mila palestinesi ma fu presto coinvolta nello scoppio di una guerra civile. Stati Uniti e Francia pagarono un prezzo altissimo. L’ambasciata americana fu fatta saltare in aria nell’aprile 1983; alcune settimane dopo, in un attacco al Quartier generale francese 58 paracadutisti transalpini persero drammaticamente la vita. Allora fu l’Organizzazione del partito di Dio, sigla dietro cui si nascondeva l’Hamas di oggi, a rivendicare i primi attacchi kamikaze. Ad essere sospettato dell’attacco del 24 giugno è questa volta un movimento terrorista considerato vicino ad Al Qaida.
Secondo il ministero della Difesa spagnolo, infatti, il responsabile dell’attacco suicida a Sahel el Derdara, nella valle di Khiam, sarebbe “Fatah al Islam”, un gruppo legato ad al Qaeda che recentemente aveva minacciato le forze dell’ONU e che da più di un mese è coinvolto in duri combattimenti con l’esercito libanese nel campo profughi di Nahr el Bared. Il fatto che non sia però giunta nessuna formale rivendicazione e che diverse bombe cluster o altri ordigni inesplosi popolino il territorio della regione sin dal conflitto dello scorso anno tra Israele e la guerriglia di Hezbollah lascia ancora diversi dubbi. Non è infatti un mistero che la situazione interna libanese sia davvero vicina ad un punto di non ritorno: politici e intellettuali anti-siriani continuano ad essere il bersaglio di movimenti integralisti e di forze vicine ad Hezbollah; il cartello integralista Fatah al Islam ha dato vita ad una spietata lotta contro le forze regolari dell’esercito libanese nel nord del Paese, cioè nell’area al confine con la Siria, alimentando nuovi sospetti di pesanti coinvolgimenti dei servizi segreti di Damasco nell’azione di destabilizzazione del Libano. È ripreso, seppur timidamente, il lancio di razzi contro il Nord d’Israele; un’ultima serie di attentati ha colpito le zone cristiane e sunnite di Beirut. Il clima di risentimento contro la Comunità Internazionale e le Nazioni Unite da parte delle forze integraliste vicine ad Hezbollah si è inoltre sensibilmente avvitato a seguito della determinazione con cui il palazzo di vetro ha lavorato, d’intesa con le autorità di governo libanesi, per la creazione di un Tribunale Internazionale chiamato a perseguire i responsabili dell’uccisione dell’ex primo ministro democratico e filo-occidentale Rafiq Hariri. Un omicidio del quale sono sospettati personaggi legati ad un doppio filo con l’intelligence e le eminenze grigie del regime siriano.
Tornano in questi giorni alla mente le indiscrezioni apparse diversi giorni fa sul quotidiano israeliano “Haaretz” sui pericoli per la sicurezza della forza delle Nazioni Unite in Libano e sull’ipotesi di un accordo segreto tra l’Italia e la Siria, definito in occasione della visita del ministro degli esteri Massimo D’Alema a Damasco lo scorso 5 giugno. Un’intesa (che sarebbe) basata sull’impegno siriano ad impedire attacchi ai soldati italiani da parte delle forze legate ad Hezbollah in cambio di un’azione della Farnesina in favore del superamento dell’isolamento internazionale della Siria. L’ipotesi, difficile da verificare, non sarebbe comunque in rottura con una consolidata tradizione di politica estera italiana.
Tra il 1983 e il 1984, diversamente da quanto accadde a francesi e americani, il contingente italiano inviato a Beirut a protezione dei civili palestinesi fu infatti risparmiato dagli attentati. Anche allora era trapelata la notizia che i soldati italiani sarebbero stati risparmiati in virtù di un accordo segreto con i servizi segreti siriani, che si sarebbero resi garanti del comportamento di Hezbollah e del loro sponsor principale, l’Iran di Khomeini. In questi giorni, invece, la Farnesina avrebbe cercato di rassicurare i siriani che il Tribunale internazionale “non è diretto contro uno Stato” e che comunque “non partirà subito”. Una promessa poi non così difficile da mantenere visto che finanziamento, sede e personale del tribunale sono ben lungi dall’essere chiarite.
Proprio l’Italia, Paese coinvolto nella regione con interessi economici e con la presenza di 3mila nostri soldati, avrebbe però tutto l’interesse ad accelerare i lavori per l’istituzione del tribunale. La riconciliazione nazionale in Libano, in un momento in cui la crisi politica sembra sempre più assumere il formato di una guerra civile, può infatti veramente iniziare solo individuando e punendo i responsabili dell’uccisione di uno dei maggiori leader politici del Paese. Anche così potrebbero crearsi le condizioni per il pieno successo della missione dell’ONU.
Intanto, mentre Israele continua ad accusare Damasco di rifornire gli arsenali di Hezbollah, anche le Nazioni Unite, in un rapporto presentato pochi giorni fa, hanno documentato l’estrema porosità della frontiera tra Siria e Libano ed hanno suggerito il dispiegamento di esperti internazionali capaci di assicurare un controllo efficace dei confini ed un contrasto effettivo ai flussi di armi provenienti da Damasco. Aldilà degli accordi, veri o presunti, che l’Italia potrebbe aver definito con il regime siriano appare evidente che la sicurezza delle nostre truppe non può essere disgiunta da quella delle forze dell’intero contingente UNIFIL, del quale proprio il nostro Paese esercita al momento la guida. Consapevole dei rischi presenti sul campo, il Generale Claudio Graziano, dallo scorso gennaio al comando della forza di pace, sta cercando di contribuire al consolidamento delle relazioni tra la missioni dell’ONU e le autorità locali delle zone in cui i caschi blu sono chiamati ad operare.
“Fiducia, confidenza e rispetto reciproco tra UNIFIL e comunità locali” sono queste, secondo Graziano, le condizioni in cui poter creare le basi del successo della missione di pace. Una missione in cui l’Italia ha investito un capitale politico, militare e d’immagine assai considerevole. Un interrogativo appare dunque obbligatorio…siamo sicuri che la storia si ripete sempre nelle stesse condizioni e che sia davvero possibile assicurare il successo di UNIFIL con mezzi usati negli anni ’80? Siamo sicuri che flirtare con un regime completamente inaffidabile come quello siriano sia davvero una soluzione praticabile? Oltre alla pelle dei nostri soldati, sarebbe bene salvarne anche la dignità. E garantire loro la possibilità di essere protagonisti di una missione di successo. E non dell’ennesimo fallimento politico e militare della Comunità internazionale in Medio Oriente