Che si dice in Italia

Alice e la moto delle meraviglie

di Gabriella Patti

UNA MOTO ITALIANA, LA DUCATI e uno sponsor italiano (Alice di Telecom Italia) festeggiano giustamente in questi giorni l'ennesima vittoria e la leadership nel campionato GP, la Formula 1 delle due ruote.

Marchi rossi per entrambe, così che sulle pagine intere comprate sui quotidiani la "caption" è d'obbligo: "Il rosso e la vittoria hanno sempre una connessione". Avete colto il sottile riferimento alla connessione da parte di una società di telecomunicazioni? Eppure in attesa che il campionato apra tra due domeniche la sua seconda fase, a Brno nella Repubblica Ceca, non posso non pensare (anche perché lo pensano in tanti, qui) che alla festa manca qualcosa, anzi qualcuno: il pilota italiano. Nulla contro lo straordinario centauro australiano Casey Stoner, giovanissima e simpaticissima rivelazione dell'anno. E nulla contro la globalizzazione e l'internazionalizzazione dello sport. Anzi. Da questo punto di vista fa riflettere il fatto che nelle sbandierate pubblicità il nome di Stoner non venga nemmeno menzionato. Ma è davvero una tristezza vedere al palo colui che, per capacità personale, resta al momento il numero uno. Valentino Rossi, senza sminuire Stoner, sarebbe ancora il più forte. Se soltanto la sua giapponese Yamaha avesse la marcia in più di cui è indubbiamente dotato lo straordinario motore allestito dalla Ducati. E se soltanto potesse disporre di gomme che non lo facciano correre come su "gusci di uova", parole sue. Due "se" nello sport e nella vita fanno una differenza incolmabile. Dall'anno prossimo sulla Ducati correrà anche un italiano, l'ottimo Marco Melandri. Ma Valentino Rossi è un'altra cosa. E il rischio che possa concludere la carriera da secondo solo per motivi tecnici è davvero deprimente.

 SONO IN VACANZA e mi viene un pensierino estivo: questa sarà un'altra estate a scuole sprangate. Per forza, direte: è estate, appunto, e i sette milioni di alunni italiani hanno lasciato le aule. Già, ma perché sprecare centinaia di migliaia di edifici pubblici, lasciando inutilizzati per tre mesi degli spazi che altrove vengono invece impiegati proficuamente? Annosa questione, nel senso che se ne parla da tempo immemorabile e, da altrettanto tempo, non si è mai fatto nulla. Le scuole italiane dispongono complessivamente di oltre 200mila impianti sportivi: tutti chiusi a doppia mandata dagli inizi di giuggo fno a metà settembre. Invece potrebbero servire agli stessi studenti per, chissà, tornei di pallavolo, calcetto, minibasket. Così non starebbero a ciondolare per strada o a casa o in qualche chiassoso locale. Si chiama: qualificazione del tempo libero. Ne potrebbero trarre vantaggio anche gli adulti. Facendo persino guadagnare qualcosa alle scuole dal biglietto d'ingresso. E dando lavoro agli oltre 80mila laureati in scienze motorie (quelli che ai miei tempi si chiamavano professori di ginnastica). Sono stata in Cina, per esempio. E lì le scuole che hanno palestre e piscine, cioè quasi tutte, le mettono a disposizione anche agli esterni, a pagamento. Troppo difficile? Non credo: si tratta soltanto di mostrare un po' di buona volontà. E - qui entriamo nel difficile - di far cambiare mentalità sia ai nostri politici sia ai presidi. Questi ultimi dimenticano che, ormai da anni, hanno la qualifica di dirigenti e quindi possono prendere iniziative autonome. Già, è proprio questo il punto: qualcuno dovrebbe "assumersi la responsabilità". E allora è chiaro: non se ne farà nulla. Perché in Italia si può far tutto, purché non ci sia da assumersene ufficialmente la responsabilità. Così un'altra fetta di patrimonio pubblico continuerà a depauperarsi.