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Il triestino di Dublino

di Samira Leglib

Dopo il buon successo della prima serata dedicata ad Italo Svevo ma più in particolare a James Joyce ed al suo periodo triestino, l’Istituto Italiano di Cultura di New York con il supporto del Consolato Italiano e la collaborazione del Museo Sveviano e del Museo Joyce ...

...ha riproposto una secondo appuntamento orientato sulla figura del romanziere -ma non solo- che scelse la città di Trieste e l’Italia come sua seconda casa. «La bella Trieste» come lo stesso Joyce era solito appellarla, ospitò i passi ed i passaggi dell’autore per più di dieci anni dal primo arrivo il 20 ottobre 1904. Attirato, infatti, dalla possibilità di insegnare inglese alla Berlitz School di Trieste, James Joyce lascia l’Irlanda per iniziare un lungo pellegrinaggio spostandosi da Trieste a Pola a Roma, e di nuovo a Parigi fino alla sua morte nel gennaio del 1941 a Zurigo.
Ma è Trieste, la città che osservò Joyce crescere fino all’età matura della sua scrittura, che vennero covati e schiusi alcuni dei suoi capolavori, da “Dubliners” a “Exiles” fino alla prima lavorazione dell’indiscusso successo “Ulysses”. A Trieste l’autore irlandese lavorò come insegnante di inglese, come giornalista per Il Piccolo della Sera, come conferenziere e letterato. Tra via Giulia e via San Nicolò la compagna di una vita, Nora Barnacle, diede alla luce i suoi due figli, Giorgio e Lucia. A Trieste nel 1907 si riconduce l’incontro con Italo Svevo, all’epoca ancora conosciuto con il vero nome di Ettore Schmitz ricco impresario in una ditta di vernici, cui avevano consigliato un buon insegnante di inglese per via dei suoi frequenti affari a Londra.
E’ proprio grazie a Joyce ed alla sua ammirazione per Senilità -la quale opera non si può dire avesse ricevuto sulle prime i favori dell’editoria- che Svevo riconsidera il suo rapporto con la letteratura e torna a dedicarle la sua arte. In questo scambio fra artisti, amici, concittadini non proprio paritetico per via della dissonanza di classe che faceva di Svevo più un mecenate nella società triestina dell’epoca, Joyce trovò alcuni dei suoi spunti migliori: dall’approfondimento della cultura ebraica di Svevo cui attinse in seguito per l’indimenticabile personaggio di Leopold Bloom, alla bellezza estetica di Anna Livia Plurabelle che ritroviamo in “Finnegans Wake” e per la quale confessò all’amico di essersi ispirato ai capelli di sua moglie, Livia Veneziani.
L’Istituto Italiano di Cultura ha ripercorso tutte queste tappe coadiuvandosi del video “100 anni dall’arrivo di James Joyce a Trieste” fornito dal Museo Joyce di Trieste, per il piacere di un’audience che, confermando il successo del primo appuntamento dello scorso giugno, gremiva ancora una volta la saletta al primo piano dell’elegante edificio di Park Avenue. La serata ha proseguito poi grazie all’intervento di André Aciman, direttore del Writers’ Institute e del programma in letteratura comparata (CUNY), dal titolo «Who was Giacomo Joyce» che richiama esplicitamente il periodo triestino in cui l’autore irlandese amava firmarsi e farsi chiamare «Giacomo», naturalizzandosi. Aciman precisa nel suo intervento che gli anni di Trieste per Joyce non furono affatto facili ma segnati da un’estrema miseria e continui eccessi di alcol.
Il lavoro alla Berlitz School si era rivelato alquanto precario ed il peggiorare delle sue condizioni di salute lo costrinsero per un lungo periodo ad insegnare privatamente. Gli attori Bernadette Quingley e Robert Zukerman hanno poi dato lettura e splendidamente interpretato alcuni passaggi tratti dalle opere di Italo Svevo e James Joyce. E vogliamo concludere questo scorcio sulla vita di Joyce con le parole di Ezra Pound che una volta scrisse a riguardo dell’amico: «Joyce ha preso in sua mano l’arte dello scrivere dove Flaubert l’aveva lasciata. I personaggi di Joyce non soltanto parlano la propria lingua; ma pensano la propria lingua. Joyce parla, se non con la voce degli uomini e degli angeli, almeno in un linguaggio multiplo e plurilingue, un linguaggio di ragazzini, di predicatori ambulanti, di uomini gentili o di uomini volgari, di ubriaconi e di imprenditori di pompe funebri, il linguaggio di Gertie Mac Dowell e quello di Mr.Deasey».