Maniaci, soprano maschio

Michael Maniaci
di Gina Di Meo

L'effetto è quello di rimanere un po' spiazzati, per non dire a bocca aperta ed esclamare: ma come è possibile? Avete davanti a voi un cantante lirico...

....Michael Maniaci, vi dice che è un "soprano maschile", perfetto, rispondete, lei canta in falsetto oppure è un controtenore

 No, la sua replica, è la mia voce naturale, non sono un controtenore bensì un uomo con la voce da soprano. E poi mentre ancora increduli lo sentirete cantare capirete e non avvertirete la minima differenza tra la sua voce e quella di un soprano.

Michael, 31 anni e sangue siciliano nelle vene, ha un vero e proprio dono di natura, basti pensare che nel passato solo i castrati cantavano con quella voce, lui, invece, è perfettamente normale, forse con un solo "difetto", quello di cantare come un angelo. I ruoli più comuni sono quelli di Xerxes, Ariodante, Sesto, Tirinto, per non parlare del più famoso Cherubino nel "Figaro" di Mozart.

Abbiamo incontrato Michael alla vigilia della sua partenza per l'Europa (primavera 2007, ndr), dove si fermerà diversi mesi in Inghilterra e gli abbiamo chiesto, piuttosto incuriositi, se c'è una spiegazione scientifica alla sua voce.

«Semplicemente io sono cresciuto e la mia voce no, è rimasta a com'era prima della pubertà. I dottori che mi hanno avuto in cura hanno scoperto che la laringe e le corde vocali non si sono allungate e ispessite come avrebbero dovuto. Non ho neanche il pomo di Adamo, ma per tutto il resto sono un uomo normale».

Quando ha scoperto di avere "una voce" e poi naturalmente anche la passione per il canto?

«Mio padre è un ministro Battista ed io sono cresciuto in chiesa, continuamente esposto alla musica, è proprio lì che ho iniziato a cantare. Poi a 14 anni i miei genitori hanno portato me e mia sorella a teatro a vedere "I Miserabili" di Victor Hugo, per me era la prima volta e mi sono innamorato del palcoscenico. Le mie prime fantasie teatrali sono state su Broadway, io mi immaginavo in un musical. Poi una signora che frequentava la chiesa di mio padre mi ha sentito cantare e mi ha detto che ero un controtenore, al momento le ho risposto: Cosa? E poi ho cominciato a prendere lezioni di canto».

Venendo da una famiglia piuttosto rigida, di religione battista, i suoi genitori sono stati contenti di questa scelta?

«In verità loro speravano che diventassi un insegnante come mia sorella e all'inizio erano preoccupati della mia scelta di seguire una carriera musicale, ma l'amore per il canto e per il teatro è nel mio sangue e così mi hanno lasciato frequentare prima il conservatorio di Cincinnati e poi la Juilliard a New York. Alla fine del mio corso di studi a Cincinnati mi sono anche accorto che non ero un controtenore come mi avevano detto, che non cantavo in falsetto, bensì ero un vero soprano maschio».

Conosce altri cantanti con le sue caratteristiche?

«No, e non voglio dire nel mondo, ma negli Stati Uniti sono sicuramente l'unico ad avere questa voce. Ci sono falsettisti che estendono la voce fino ad arrivare al contralto o al mezzosoprano, io riesco a raggiungere le note più acute del soprano, tra cui un Do forte sostenuto».

Quando ha iniziato la sua carriera professionale?

«Direi abbastanza presto, appena ventenne, perché la mia voce suscitava curiosità e attirava attenzione, ma la prima esposizione a livello nazionale è venuta nel 1999 quando sono arrivato primo alla "Houston Grand Opera Competition". Poi ho vinto anche altre competizioni, come  "Metropolitan Opera National Council Auditions", "Aria Award" e "Richard Tucker Foundation Study Grant". Il mio primo ruolo importante è stato "Nerone" nella Poppea di Monteverdi».

Una voce come la sua rappresenta senza dubbio "un'eccezionalità", ma è davvero tutto oro ciò che luccica? Nel senso che cantare come una donna le ha creato anche dei problemi?

«Direi di sì. All'inizio ho dovuto lottare per farmi accettare in certi ambienti e spesso la risposta dei registi e degli insegnanti era: "Lei non è adatto a nessuno dei nostri programmi". Anche le donne mi hanno guardato con scetticismo, soffrendo spesso di gelosia nei miei confronti perché hanno dovuto studiare per avere la mia voce e non hanno messo in conto che poteva esistere una persona come me e con la quale dovevano anche competere. In questi anni ho dovuto convincere gli entourage teatrali ad usare un uomo in modo diverso da ciò che si fa tradizionalmente».

La stagione 2006-07 ha segnato due debutti importanti per lei, ce ne parla?

«Sì, ho debuttato al Metropolitan Opera Theater con il ruolo di "Nireno" nel Giulio Cesare di Handel e al teatro "La Fenice" di Venezia                  con "Armando" nel "Crociato in Egitto" di Giacomo Meyerbeer».

E soprattutto il debutto a La Fenice, all'inizio di quest'anno, è stato come un sogno, è l'occasione che ogni cantante aspetta... non è vero?

«Mi hanno chiamato nel cuore della notte e mi hanno chiesto di mollare tutto e di partire per interpretare il ruolo di "Armando" in un'opera che io non avevo mai sentito. Decido lo stesso di partire anche se i tempi sono stretti, il sipario si sarebbe alzato solo due settimane dopo. Arrivato a Venezia, però, quel sogno comincia a diventare quasi un incubo. Vado alle prove e mi rendo conto, ho quasi uno shock, che per il mio ruolo avrei dovuto studiare 350 pagine di musica. Il panico comincia a prendere il sopravvento e mi viene voglia di correre verso l'aeroporto. Poi il regista Pierre Luigi Pizzi mi chiede di salire sul palcoscenico e di cantare per lui la scena di apertura. È un momento cruciale per me, ma dopo aver finito, Pizzi sale sul palcoscenico e senza tante cerimonie mi dice: "Grazie per essere venuto"».

È subito piaciuto quindi! E invece di prendere la via dell'aeroporto ha fatto rotta verso un appartamento nel centro di Venezia.

«In teoria sì, ma il peggio non era ancora venuto. Confesso che non appena messo piede nella mia nuova residenza sono stato vicino al tracollo mentale, ho cominciato a rendermi conto di ciò che veramente comportava l'impegno che avevo preso. Mi avevano dato un ruolo enorme, con una partitura enorme da leggere, memorizzare e fare mia e soprattutto adatta agli standard elevati di un teatro come La Fenice. Avevo solo due settimane per essere "perfetto" e spesso quando mi affacciavo sulla mia veranda che dava sul canale mi sembrava di vedere il mio corpo che fluttuava con la faccia nelle acque scure a causa della mia decisione. Fortunatamente quando si è ambiziosi, si riesce a trovare una forza inaspettata e così ho iniziato a studiare. Sono stati dieci giorni d'inferno, chiuso nel mio appartamento e quando mi sono presentato in teatro dicendo di essere pronto, tutto lo staff ha persino mostrato scetticismo, e forse non potevo neanche biasimarli».

E cosa ha fatto cambiare loro idea?

«Il giorno successivo, il direttore mi ha invitato sul palcoscenico a cantare nel trio del primo atto, con Patrizia Ciofi e Laura Poverelli, ma io non avevo provato né con loro né con l'orchestra. Nonostante ciò, alla fine l'orchestra ha applaudito e mi hanno invitato a proseguire con il resto delle prove».

Insomma tutto bene quel che finisce bene, il suo debutto a La Fenice è stato un successo, è stato ripagato dei suoi sacrifici.

«Sì, se ci ripenso è stata la sfida musicale più grande che io abbia mai affrontato e sono fiero del risultato».

Ora è in procinto di partire per l'Europa, pensa che dopo la sua tournée nel Regno Unito, possano aprirsi altre porte nel Vecchio Continente?

«Diciamo solo che non mi dispiacerebbe diventare un espatriato!».