Storie

Garibaldi liberatore? Macché!

di Giulio Ambrosetti

Fino a qualche anno fa, in Italia, era impossibile parlare male di Garibaldi: la sua buona fede veniva data per scontata. Quasi un assioma. A imporre la figura del condottiero quale indiscusso paladino delle libertà è stato un certo dogmatismo laico di estrazione massonica. Una sorta di reazione, uguale e contraria, agli anni in cui Santa Romana Chiesa imponeva con la ragione della forza i propri dogmi e i propri assiomi. In fondo, era stato Francesco Crispi, massone fino a midollo, a volere la statua di Giordano Bruno a Roma, a Campo dei Fiori, alla faccia di quella Chiesa che l'aveva condannato a morte, colpevole solo di mettere in discussione le imposizioni papiste.

Anche Garibaldi, per tanti anni, come dire?, ha usufruito di questo trattamento di favore da parte del laicismo massonico. E dire che la figura dell'eroe dei due mondi non è mai stata adamantina come quella, ad esempio, di Giuseppe Mazzini, sulla cui correttezza non si dovrebbe dubitare. Non altrettanto si può dire del condottiero nizzardo, del quale quest'anno si celebrano i duecento anni dalla sua nascita.

Nei giorni passati in Sicilia, subito dopo il celebre sbarco dei Mille, Garibaldi aveva fatto conoscere ai siciliani non soltanto il suo volto di liberatore, ma anche quello di energico e spietato esecutore di repressioni. A Bronte, grosso centro in provincia di Catania, i contadini poveri erano scesi per le strade festeggiando l'arrivo delle giubbe rosse. Pensavano che con l'arrivo del generale avrebbero avuto libertà e terra da coltivare senza farsi sfruttare dai mafiosi. Per tutta risposta, i garibaldini gli spararono addosso. E la stessa cosa fecero in altri centri isolani. Il segnale inequivocabile che Garibaldi non si era imbarcato nell'impresa dei Mille per liberare la Sicilia, ma per consegnare l'Isola ai nuovi padroni: cioè a quei Savoia che i siciliani avevano già conosciuto e imparato a detestare (i Savoia erano arrivati in Sicilia un po' di tempo prima, e precisamente dopo il trattato di Utrecht nel 1713: la loro presenza non durò molto, eppure, in quei pochi anni, nell'Isola si verificò ogni sorta di sciagura, tanto che fino agli anni '50, in certi paesi della vecchia Sicilia, davanti a eventi particolarmente sfortunati, la gente usava dire: "Mih, e chi cci passaru i Savoia... Insomma, portavano i piemontesi sfiga).

Gli eccidi di Garibaldi e delle giubbe rosse suonavano anche come un messaggio tranquillizzante per la borghesia e per la manovalanza mafiosa che, insieme, avevano appoggiato l'impresa dei Mille. Come dire che nell'Isola non sarebbe cambiato niente (circa cento anni dopo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel celebre romanzo Il Gattopardo, farà dire a Tancredi mentre si rivolge allo zio principe di Salina: "Se vogliamo che tutto resti come prima bisogna che tutto cambi..."). 

Il prossimo 10 agosto, a San Mauro Pascoli, il piccolo centro della Romagna che ha dato i natali al poeta Giovanni Pascoli, andrà in scena una sorta di rievocazione di Garibaldi in ricordo dei già citati duecento anni dalla sua nascita. Si tratta di una manifestazione che ogni anno mette simbolicamente sotto processo un personaggio della storia. Con tanto di avvocati accusatori e avvocati difensori. La parte dell'accusa verrà svolta da Angela Pellicciari, che ha già descritto a tinte fosche Garibaldi nel volume I panni sporchi dei mille (Liberal libri). Mentre a difendere l'eroe dei due mondi sarà Luchy Rial.

Non sappiamo cosa diranno accusatori e difensori. Ma un fatto è certo: Garibaldi e i garibaldini, in Sicilia, non si comportarono da gran signori. Anzi. Il generale - ed questa è storia che non può essere smentita - quando lasciò l'Isola, si porto via 150 milioni in oro. Una somma enorme, per quell'epoca. Denaro che, ad unità d'Italia fatta, venne investito in altre parti del Paese. Ricordare queste cose dà fastidio. E sapete perché? Perché ogni volta che il Sud rivendica qualcosa, da Roma arriva subito la solita risposta: "Il solito Mezzogiorno rivendicazionista. Voi meridionali, invece di lamentarvi, vi dovete rimboccare e maniche...". 

Già, ci dobbiamo rimboccare le maniche. Poi, però, i vari governi romani non si stancano mai di defraudare o di prendere per i fondelli i meridionali. Il governo Berlusconi, per esempio, nei cinque anni in cui ha governato - dal 2001 al 2006 - ha fatto solo finta d voler realizzare il ponte sullo Stretto di Messina. Ma, pur avendo avuto tutto il tempo per avviare i lavori, si è guadato bene dal farlo. Lasciando all'attuale governo Prodi il compito di rimangiarsi il progetto. Una farsa. E se Garibaldi, come già detto, nel 1860 si portò via i 150 milioni di oro, nei primi anni '90 la Banca d'Italia (istituzione che, non a caso, è da sempre un ricettacolo di massoni simili, in tutto e per tutto, a certi padri di quel grande equivoco che fu il Risorgimento) ha privato la Sicilia delle due banche isolane: il Banco di Sicilia e la Sicilcassa, regalandole al sistema bancario del Centro Nord d'Italia. Uno scippo in piena regola dal chiaro sapore razzista (ma questo non si può dire perché sennò ci prendono per rivendicazionisti straccioni).

Garibaldi, a conti fatti, è stato l'iniziatore di una lunga sequela di ingiustizie a carico del Sud. Non lo dice chi scrive: lo ha già detto (e dimostrato) un grande scrittore del Meridione d'Italia che, non a caso, viene ignorato: Carlo Alianello. Che è autore, tra gli altri, di due volumi interessantissimi. Il primo è un saggio e s'intitola La conquista del Sud. Dove, carte alla mano, si dimostra che Garibaldi e i suoi giannizzeri si comportarono da rozzi conquistatori e non da liberatori. Il secondo libro è un romanzo che tutti gli italiani nati sotto la linea gotica dovrebbero leggere: L'eredità della priora. Dove si descrive il vero volto dei garibaldini. E dove si certifica che il Sud d'Italia se la passava molto meglio sotto i Borboni che non con quella che in fondo è stata (e per certi versi è ancora) l'ultima dominazione: quella savoiarda-italiana.

Se questa può sembrare un'esagerazione, basta venire nel Sud d'Italia per rendersi conto della differenza che c'è ancora oggi tra il Mezzogiorno e il Centro Nord del Belpaese. I treni, da Roma in su, tutto sommato funzionano. Da Roma in giù sono un delirio (quando ci sono, visto che continuano a smantellare le tratte ferroviarie meridionali).

Non parliamo delle strade. Valga per tutti la denuncia di qualche giorno fa del Cardinale Renato Raffaele Martino. L'alto prelato si è trovato a percorrere l'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Autostrada per modo di dire, perché al cospetto di questa arteria che attraversa mezza Italia la via Crucis sembra la pista di Indianapolis. Il Cardinale Martino, dopo essere rimasto per sei ore sotto il sole tra interruzioni e deviazioni, dalle colonne del Corriere della Sera ha invitato i cittadini del Sud a ribellarsi.

Ribellasi? A chi? Nel Sud, ormai, nessuno si ribella. Se i governi spagnoli avessero propinato alla provincia basca un centesimo delle ingiustizie e delle nefandezze che i governi italiani hanno rifilato al Sud, i baschi avrebbero già da un pezzo dato vita a una repubblica indipendente. Invece il Sud d'Italia si tiene i veleni della chimica a Siracusa e a Taranto, l'immondizia che ormai sommerge Napoli, la povertà strutturale della Calabria. E se Garibaldi, nel 1860, si mise d'accordo con i mafiosi per "conquistare" la Sicilia, oggi le varie mafie, ‘ndranghete, camorre e sacre corone unite sono sempre pronte a fare da sponda e da manovalanza ai soliti servizi segreti deviati italiani per commettere questa o quella nefandezza. Accetta tutto il Sud, ormai. Anche l'alta velocità ferroviaria realizzata solo da Roma in su e tutte le altre schifezze dell'Italia di oggi.

Del resto, chi dovrebbe difendere il Mezzogiorno? Da Roma in giù non c'è una grande banca in grado di fare gli interessi di questa parte del Paese. Non ci sono investimenti. Non c'è la politica, ridotta ormai a una sommatoria informe di potentati e satrapi che, in assenza di una legge elettorale realmente popolare, impongono i propri uomini e i propri metodi a questo o quello schieramento politico. Non c'è voglia di rivendicare alcunché, insomma. Forse ha vinto la rassegnazione. O forse passa l'olimpica convinzione che l'Italia, nel suo complesso, non farà comunque molta strada. Che c'è da aspettarsi da un Paese dove, da oltre dieci anni, due manager disinvolti - perché, alla fine, questo sono Berlusconi e Prodi: due manager disinvolti, altro che statisti! - si contendono la guida politica dello Stato? Cosa c'è da aspettarsi da un Paese dove il sistema bancario pilota, con altrettanta disinvoltura, l'operazione Parmalat, alias una mega truffa ai danni di migliaia di risparmiatori, senza che, a distanza di quasi quattro anni, nessuno abbia pagato per quanto è avvenuto (e senza che siano stati restituiti i soldi a chi è stato defraudato)? In fondo, al cospetto di questi banchieri e di questi uomini dell'alta finanza (o quasi), è meglio, molto meglio essere meridionali di qualcuno. O meridionali-terroni. Magari anche alla faccia di Garibaldi del Risorgimento e di chi, ancora oggi, ne celebra le gesta. Esageriamo? Chissà.