A modo mio

Ultimi cineasti

di Luigi Troiani

Ce ne sono andati insieme, coppia involontaria di magnifici vecchi, che hanno onorato il cinema e la vita. Guardarsi intorno; e constatare che di Bergman e Antonioni non ce n'è più, salvo copie sbiadite di cui francamente si può fare a meno. Il mio legame intellettuale era con il grande svedese, del quale ho seguito ogni passo, se non ogni sospiro, e che mi ha donato il nome per una figlia. In morte gioisco perché non gli è stato dato modo di tener fede alla promessa estrema, quello del suicidio: la nera scacchista di "Il settimo sigillo" l'ha tirato via senza concedergli la libertà di violenza, l'offesa a una biografia per niente incline al rito pagano dell'harakiri. 

Anche Antonioni ha dato molto in termini d'educazione all'estetica e al rispetto della forma, anche se spesso si è lasciato andare a intellettualismi di maniera. Blow Up, Professione Reporter, Zabriskie Point sono, per quelli della mia generazione, pellicole da incorniciare. Sullo zompo in aria della casa borghese in Zabriskie Point, siamo ripassati quante volte? la dinamite che scompone e fa fluttuare in aria le particole colorate di agiatezza, il ripetersi dell'esplosione accarezzata dalla partitura psichedelica dei Pink Floyd, l'intorno immobile e inconsapevole. Quindi grazie anche a maestro Michelangelo, il meno italiano dei nostri registi, che ha valorizzato l'espressività del silenzio contro la sguaiata risata che caratterizza troppa parte del cinema nostrano.

Cosa rappresentano per noi i registi è giusta domanda di fronte al ricordo dei due grandi. La risposta varia probabilmente a seconda delle fasce d'età. Quelli del dopoguerra con il cinema hanno fatto davvero l'amore. Da piccoli, quando scendeva sera, ci si rintanava nelle sale, e tra il fumo e qualche gridolino di orrore o piacere, ci si assentava per ore dalla realtà, nel mondo inconsistente, ma non per questo meno emozionante, della celluloide. Gli avamposti di quella generazione, arrivati agli anni '60 e prima metà dei ‘70, si rintanavano nei cineforum: film e discussione. Bergman era loro, sbranato con gli occhi, fatto a pezzi con le parole nel dopofilm. E così l'Antonioni di Cronaca di un amore, Il Grido, La Notte, L'avventura, Deserto rosso. Erano soprattutto le parrocchie ad ospitare i giovani congiurati d'arte e pensiero, ma si avviarono anche molte sale d'essai. A Roma, spopolava il Farnese a Campo de' Fiori.

Ci facevamo molte domande dopo i film. Bergman stimolava a chiedere di Dio, dell'amore, della violenza, della famiglia. Con lui scoperchiavamo il rischio esistenziale, l'assassinio, la violenza sulle donne. Ne "La Fontana della vergine", la grazia e l'innocenza di Karin incontrano un mondo ostile e soccombono; la vendetta de padre, la risposta di Dio restituiscono giustizia e speranza. E' quasi un'eccezione, in genere nel biancoenero di Bergman non si ritroveranno né l'una né l'altra. Antonioni, in quegli anni, era ancora in preda ai furori dell'esistenzialismo e dell'incomunicabilità, con una Monica Vitti lontana le mille miglia dalla vena comica che avrebbe espresso successivamente, dopo il distacco dal suo maestro e compagno.

Oggi il cinema appare piuttosto consumo e spettacolarità, grazie anche alle disponibilità finanziarie e tecnologiche. Gli effetti speciali allontanano la riflessione critica. Il d'essai più visto nel 2005, è stato Manuale d'amore di Giovanni Veronesi. Dei critici pazzerelloni lo stesso anno hanno dato Goodfellas di Martin Scorsese come il più grande film di tutti i tempi, mettendo al secondo posto La donna che visse due volte di Hitchcock, quindi Lo squalo di Spielberg e Fight Club. In fatto di gusti, io mi fermo alla lettera B, come Bergman.