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Montalbano invecchia?

di Franco Borrelli

Novello Mida letterario: non c'è davvero cosa che Camilleri scriva che non diventi subito oro bestseller. Ma non è solo moda, va subito detto, e non è solo simpatia per Montalbano.

Camilleri, e lo si è detto anche in altre occasione, è uno che sa il fatto suo: sa scrivere bene, con misura e, come un provetto alchimista, sa dosare alla perfezione i suoi elementi, mischiandoli e formando, grazie alla loro varietà, un canovaccio piacevole, di grande intrattenimento e, soprattutto, di grande cultura. Se poi, al tutto, s'aggiunge anche quel linguaggio tutto suo, fatto d'italiano colto e di siciliano suggestivo, ricco di citazioni e rimandi ad altre culture e altri tempi, il gioco è fatto; ed il segreto del suo successo è (forse) svelato.

Prendiamo, ad esempio, le ultime tre cose da lui pubblicate presso la palermitana Sellerio [www.sellerio.it]. Con «Le ali della sfinge» e con la recente «La pista di sabbia» [pp. 268, Euro 12,00, 2006, il primo, pp. 266, Euro 12,00, 2007 il secondo) Camilleri mette il dito in due piaghe sociali del Bel Paese, la tratta della bianche dall'Est europeo e le corse di cavalli clandestine. Il fatto di cronaca dà lo spunto, così, a un viaggio nel pianeta Italia d'oggi. Così, come in tutti i viaggi che si rispettino, non mancano le attese, le ansie, le scoperte, la voglia a continuare per trovare l'ultimo tassello di un mosaico fatto di passioni, lealtà, tradimenti, furberie e, trattandosi di gialli culturali, anche di omicidi di cui bisogna dopo tutto trovare colpevoli, mandanti e ragioni.

Montalbano, il simpatico commissario che comincia ad accusare il peso degli anni e sente montare di dentro il turbinìo dei dubbi e delle incertezze esistenziali, è solo la molla conduttrice di una discesa nell'inferno quotidiano degli uomini, delle collusioni fra i diversi poteri (Chiesa, politica, mafia, etc.), e del sesso (quando capita) come parte "normale", o quasi, della vita d'ogni giorno. C'è poi quel suo particolare legame con Livia, quel prendersi-lasciarsi, desiderarsi-odiarsi, a mettere un po' di sale sui momenti di tranquillità e di dichiarato bisogno d'una vita "privata".

Non occorre, qui, sottolineare le peripezie, i rischi e anche i colpi fortunati che accompagnano questa sorta di Maigret alla Borges, con ascendenze sciasciane e pirandelliane innegabili, nella sua certosina scoperta della verità. Non occorre nemmeno concludere che alla fine, grazie ad una lucida intelligenza e ad una bonarietà di stampo chiaramente mediterraneo, il commissario ormai di mezza età riesce sempre ad incastrare il responsabile. Ciò che va invece ripetuto a chiare lettere è che qualunque pagina di questo Camilleri, qualunque sia il titolo che si scelga, è costruita con semplicità e gran gusto; ovvio, quindi, il coinvolgimento e il piacere del leggere.

Stessa cosa anche quando, come ne «Le pecore e il pastore» [pp. 129, 2007, Euro 10,00] lo scrittore siciliano affronta un tema "storico": "Due proiettili ferirono a morte il vescovo (mons. Giovanni Battista Peruzzo, ndR). Era una sera d'estate del 1945 - scrive Salvatore Silvano Nigro nella fascetta di copertina -. Dieci monache offrirono le loro vite a Dio. Il vescovo sopravvisse al baratto. Mentre dieci cadaveri si dissolvevano nel silenzio di una strage dimenticata". Raccapriccio, stupore e voglia di saperne di più; si tratta, infatti, di una storia vera, con personaggi reali, registrata dalla cronaca dell'epoca, stupefacente per le complicazioni morali e religiose che il fatto da sé comporta(va). Il tutto si svolge infatti fra le mura di un convento di monache di clausura collegato direttamente alla famiglia dei Tomasi di Lampedusa e fondato nel XVI secolo.

Giustificata, quindi, la voglia di Camilleri a saperne di più di quest'intricata storia (non solo) tutta siciliana. Lui però, lo scrittore, non pone la parola fine alla vicenda, non giunge ad alcuna conclusione. Perché? "Le conclusioni - confessa - mi porterebbero inevitabilmente lontano, tanto indietro nel tempo, quanto in avanti, fino alla tragica attualità dei nostri giorni".

Ed è proprio qui, in queste parole, che troviamo la spiegazione e la giustificazione della fortuna culturale di Camilleri, esemplare e stupefacente, anche se molte delle storie da lui narrate (pensiamo qui soprattutto alla Montalbano & Co.) finiscono qua e là per somigliarsi e sostenersi a vicenda. Camilleri guarda alle cose degli uomini con una partecipazione bonaria ed ironica, il suo umorismo ha radici, ragioni e spiegazioni pirandelliane e, pertanto, riesce ad andare ben a fondo dell'anima ed alla mentalità mediterranea, non solo siciliana. Collegamenti più o meno leciti fra i vari poteri legali e non, di fede e non, ci son sempre stati e difficilmente scompariranno, ma è il modo unico e anche divertente con cui Camilleri li mette spietatamente a nudo a colpire e lasciare il segno. E così pure quell'umanità del commissario, e quelle sue debolezze (a tavola o con la compagna di turno, anche se Livia resta poi pur sempre un punto fermo). Cose che, alla fine, ti fanno sentire vicina e credibile anche quella vicenda che più sembra frutto d'invenzione e di fantasia.