Personaggi

Scatti di gioventù impegnata

di Ilaria Costa

Renato d'Agostin a soli 24 anni è ormai più che una giovane promessa della fotografia italiana; nel suo curriculum vitae annovera due personali e diverse mostre collettive nei più prestigiosi spazi espositivi di New York e Parigi.....

..., accanto a "mostri sacri" della fotografia internazionale quali Ralph Gibson e Leonard Freed. Due suoi lavori saranno in visione, fino all'11 Agosto, alla Leica Gallery di New York, nell'ambito della mostra collettiva "Postcards from Paris".

In lui colpisce immediatamente, in contrasto con la sua giovane età, la compostezza classica della sua figura, l'aplomb dell'uomo di altri tempi e la disinvoltura disarmante con cui si racconta quando risponde con naturalezza alle nostre domande, esordendo con un "Sì, sono un osservatore attento".

Come è nata la tua passione per la fotografia? Quando e come hai deciso che volevi essere fotografo?

"Ho iniziato a 19 anni. Ero all'ultimo anno di liceo a Venezia e inaspettatamente ho iniziato ad osservare le cose da un altro punto di vista. Scattando delle foto ho cominciato a notare con maggiore attenzione a cosa succedeva per la strada e mi sono subito reso conto che era bellissimo osservare i dettagli da una prospettiva differente. Sebbene mio padre avesse in giro per casa molte macchine fotografiche (anche se lui non sa fare una foto!) dapprima ho utilizzato le ‘usa e getta'. Poi ho cominciato a prenderci gusto e ho preso quelle di papà. Ogni tanto di nascosto saltavo addirittura la scuola solo per andare a Venezia e scattare fotografie. Ma la svolta è avvenuta, non so bene neppure come, quando un giorno mia madre porta a casa un'enorme foto di un elefante, che conservo ancora gelosamente. Questa foto mi colpì così tanto che da allora la camera oscura  è diventata la mia vita.

Poi è stato tutto un susseguirsi di eventi: primo corso serale di fotografia nel mio paese con casalinghe ed amatori, poi il mostrare le prime foto ai fotografi locali... ed alla fine l'approdo a Milano per frequentare l'Istituto Italiano di Fotografia.

Ho lasciato l'Istituto dopo 6 mesi, stanco dell'insegnamento troppo accademico e dell'approccio troppo sfacciatamente commerciale. Secondo me l'unico modo di imparare a fare il fotografo è scendere in strada e scattare, scattare e scattare...e stampare, ed avere il coraggio di buttarsi e non aver paura di mostrare i tuoi lavori ai grandi fotografi".

"Metropolis" è il titolo della tua prima personale a NYC tenutasi alla Leica Gallery lo scorso Maggio, a cosa è dovuta la scelta di questo titolo?

"Metropolis di giorno e di notte, una città surreale, vissuta da persone non reali... Più che mostrare il caos della metropolis, questo progetto si focalizza su anime singole che camminano nelle strade, corpi anonimi, come fantasmi in una città fantasma.  Esattamente come la sensazione che ho quando cammino nelle strade di una grande città come New York, anche se piena di gente".

Cosa ti ha spinto a venire proprio a New York City?

"In Italia il panorama artistico per un giovane fotografo è frustrante, perché non hai nemmeno una possibilità. Chiamavo galleristi e fotografi solo per avere un'opinione, un consiglio...e mi sono imbattutto in un comune coro di ‘non abbiamo tempo!'. Allora a 21 anni, ho preso la mia macchina fotografica ed un biglietto aperto per NYC. Ho mostrato le mie foto all'Istituto di Cultura Italiano dove ho trovato una disponibilità estrema. Per mantenermi nei primi 5 mesi ho fatto il dogwalker a Chelsea e contemporaneamente ho partecipato a moltissimi eventi, fino a quando il Direttore della Leica Gallery mi ha proposto (era Dicembre del 2005) di fare una mostra monografica dei miei lavori.  Non potevo crederci La Leica Gallery, tempio sacro della fotografia, mi propone di fare una mostra? Ho lavorato come un pazzo per autopubblicarmi il catalago "zeropuntozeropunto zero" con Olivia Fincato; sono diventato editore ed a maggio 2007, ho avuto la mia prima personale accanto alla leggenda della fotografia, Leonard Freed.

Lo avevo studiato sui libri e sui cataloghi di foto, ma mai avrei pensato, a 24 anni, di poter esporre accanto ad un ‘mito' della fotografia internazionale".

Quali sono i soggetti che preferisci fotografare?

"Ho cominciato con foto reportage di strada, ma non nel senso di reportage sociale perché non sento come mia la denuncia sociale. Intendo invece documentare la strada in generale, qualsiasi situazione di strada per me è interessante. Sono interessato al ‘surreale' nascosto in ogni angolo della strada che è un vero e proprio teatro dove succede sempre di tutto e di più mi interessa documentare l'unicità del momento attraverso uno scatto che colga l'anima nell'attimo della sua atemporalità. E poi mi concentro sulla composizione della foto, sulla geometria, sui contrasti tra bianchi e neri. Spingo i limiti della realtà fino a farla divenire surrreale... non faccio mai ritratti, non fotografo mai visi (se non di bambini), punto all'anonimato. E mai fotograferei scarpe da ginnastica".

Scatti in pellicola o in digitale?

"Utilizzo solo pellicola, 90% in bianco e nero. Anche se giovane d'età sono di vecchia scuola, vecchio stampo, adoro la manualità, adoro diventare pazzo nella camera oscura dopo l'ennesima prova di stampa per raggiungere la perfezione anche di una sola sfumatura adoro tutto quello che è  fatto a mano, adoro la fisicità del processo di stampa e soprattutto l'odore della camera oscura.

Sono sicuramente affascinato dalle immense potenzialità offerte dal digitale, ma ho delle resistenze nei confronti delle tecniche digitali perché sono un mezzo troppo facile con cui tutti si improvvisano fotografi. Questo è il limite che vedo: si pensa che la macchina faccia tutto da sola, ma l'emozione della stampa è diversa, ha un odore insostituibile".

Hai già avuto un'importante mostra a Parigi, la mostra in corso alla Leica di NY si intitola ‘Postcards from Paris', qual è il tuo rapporto con la capitale francese?

"Sono innamorato di Parigi. Sono proprio in partenza per Parigi per un progetto speciale. Vado ad insegnare fotografia in un ospedale psichiatrico a delle ragazze anoressiche. Ero a Parigi, ho conosciuto un medico, uno psichiatra italiano, che mi ha contattato dopo aver visto le  mie foto, e mi ha detto che secondo lui potevo avere la giusta sensibilità per questo progetto molto delicato. Quando me lo ha proposto sono rimasto di ghiaccio. Si tratta di  ragazze giovanissime dai 14 ai 20 anni, che soffrono molto e rischiano di morire lentamente. Ho però accettato ad occhi chiusi, perché vedere nella camera oscura dal nulla del foglio bianco quasi per magiia nascere un'emozione a seconda di come muovi le mani nel processo della stampa. Beh, credo che con quell'emozione ci  puoi vivere una, due o tre vite.

Confido fortemente allora che il poter modellare tutte le sfumature, le tonalità o le nuances insomma che la stessa magia di questo processo possa compiere il miracolo di salvare queste ragazze dal buio del tunnel in cui la natura le ha incanalate.

Non parlavo un parola di francese fino a  quattro mesi fa, ma ho iniziato a studiare il francese con un tutor privato qui a NY ed ora lo parlo. Sarà per me una sfida insegnare per la prima volta in una lingua non mia".

Uno scatto definisce un attimo: qual è il tuo rapporto con il tempo?

E' troppo poco, mai abbastanza, ne vorrei un po' di più per poter dormire. Adoro il tempo: qualche secondo ti fà la carriera. Non un minuto ma qualche frazione di secondo fa la carriera di un fotografo. Adoro la velocità in generale, adoro il dinamismo della strada, adoro tutto quello che è frenetico, ma poi nella camera oscura tutto cambia. Il tempo lì è sospeso, dilatato, immobile. Ed una stampa può venir perfetta dopo tre ore o alle volte dopo dieci giorni". 

Progetti in cantiere per il futuro?

"Stiamo lavorando per la presentazione di una pubblicazione per il Centro Primo Levi sulla biografia di una donna incredibile: Lucia Servadio Bedarida. L'ho conosciuta nella sua casa sull'Hudson River all'età di ben 106 anni, è stata la prima donna medico ebrea costretta a fuggire dall'Italia a causa della promulgazione delle leggi antisemite. Ho documentato questa giornata trascorsa con lei prima della sua morte. E' stata un'esperienza umana fantastica, indimenticabile, mentre teneva la mia mano e ci raccontava la sua vita".

Un consiglio per i giovani artisti che sono alle prime armi qui nella scena artistica new yorkese?

"La  competizione qui è altissima, a New York ti cancellano il giorno dopo perché ci sono milioni di fotografi qualificatissimi. Ci vuole tanta grinta e determinazione. Bisogna avere il coraggio e la caparbietà di non fermarsi alle prime frustrazioni, o ai primi inevitabili rifiuti".