Che si dice in Italia

Il "verbo" di Renato Curcio

di Gabriella Patti

No. Un eroe Renato Curcio non lo è stato, con buona pace di quanto - a sorpresa e provocando forti polemiche - ha dichiarato l'attrice francese Fanny Ardant

alla giornalista Cristiana di Sanmarzano in un'intervista pubblicata dal settimanale rizzoliano "A". Indubbiamente l'ex capo delle Brigate Rosse è stato ed è una bella "testa pensante". E, altrettanto indubbiamente, la stagione in cui si è sviluppato il suo pensiero e la sua azione è stata quella, molto particolare e dura, dei cosiddetti anni di piombo. Un'epoca di sconvolgimenti, malesseri, tensioni di classe, incomprensioni reciproche e radicalizzazioni. Non solo in Italia, certo.

Curcio non si è direttamente macchiato di alcun sangue (troppo tardi - e anche inutile, ormai - domandarsi se ciò sia successo soltanto perché lo Stato è arrivato prima ad arrestarlo). Ma la sua teorizzazione della lotta di classe, supportata da ottimi studi sociologici, venne vissuta da folte frange della gioventù di allora come una sorta di verbo rivelato. Un verbo che, sul campo, si tradusse in una lunga scia di morti, di attentati, di paura, di destabilizzazione, di fren al ano sviluppo economico di una nazione.

"Il fenomeno Br è stato passionale" sostiene la bella attrice francese. No, ancora una volta. O meglio: è stato anche passionale, giovanile se vogliamo. Ma è stato in primo luogo un fatto politico, un tentativo di rivoluzione e sovvertimento che, se fosse stato coronato da successo, avrebbe drasticamente cambiato (in peggio, penso onestamente) la società italiana.

 E, oggi che una sinistra massimalista e scioccamente nostalgica rischia di riconsegnare, per reazione, la guida del Paese alla destra, la mitizzazione di questo tipo di "eroi del kalashnikov e delle bombe molotov" è davvero fuori tempo massimo. 
     DICHIARASI A FAVORE DI ROSY BINDI come leader del nascente (ma nascerà sul serio?) Partito democratico sta diventando molto chic. Non è scritto da nessuna parte ma è la sensazione che si ricava a parlare con gli amici e la gente.

A sdoganare la cattolicissima e battagliera Ministro della famiglia presso larghe frange di giovani ed ex giovani ci ha pensato il cantautore Francesco De Gregori. Stupendo un po' tutti, ha detto di preferirla al candidato ufficioso Walter Veltroni. Le argomentazioni di De Gregori non sono peregrine. "Sono amico del sindaco di Roma" ha detto "Ma, francamente, negli ultimi tempi non lo capisco molto". E' vero. Quella sua posizione gesuitica e levantina a proposito del referendum elettorale ("Sono favorevole, ma non firmo perché so che alcuni esponenti della coalizione di governo sono contrari") non è stata una bella prova di carattere e coraggio delle proprie idee.

Una cosa mi appare indubbia. L'Italia, che sta perdendo terreno su tutti i fronti (a settembre, per dirne una, il resto d'Europa stanco di aspettare la taglierà fuori dall'alta velocità ferroviaria: il famoso corridoio 5 finirà con il passare sopra le Alpi), ha bisogno di un governo forte, guidato da politici decisi. Di qualsiasi colore, a questo punto poco importa.