Cinema

43mo Festival di Pesaro/ Se i film attraversano l'oceano...

Una scena dal film “Brooklyn Rules” di Michael Corrente
di Ilaria Serra

Un ritorno in prima classe quello dei pronipoti di immigrati italiani, registi e critici, accolti calorosamente al Festival del Nuovo Cinema di Pesaro 2007.

La 43° edizione dello storico festival pesarese - al cui pubblico, decenni or sono, Pier Paolo Pasolini annunciò la teoria sul suo cinema di poesia - ha ospitato quest'anno i discendenti degli immigrati italiani, la nuovissima generazione. "Il cinema americano ha assistito a un ribaltamento: ora sembra che il mondo dello spettacolo sia composto in prevalenza da italoamericani," ha osservato la coordinatrice Giuliana Muscio.

Italo-americano il Festival anche nell'organizzazione, grazie alla riuscita collaborazione fra il direttore, Giovanni Spagnoletti, e la coordinatrice, Giuliana Muscio, docente all'Università di Padova, con il John D. Calandra Italian American Institute di New York , presente al Festival come co-sponsor. Buona l'introduzione in Italia dell'istituto newyorkese, affiliato al Queens College (CUNY) e rappresentato al Festival dal Dean,  Prof. Anthony Tamburri e dal  Prof. Joseph Sciorra.

Due le giornate dedicate al Convegno sul cinema italoamericano, nell'ambito di una rassegna ben più ampia: la prima giornata rivolta alla figura dello scrittore John Fante e la seconda al cinema italoamericano di per sé.

Tributo a John Fante

Acceso il dibattito nella giornata dedicata allo scrittore di Boulder, John Fante, maestro di Bukowski, amatissimo in Italia, meno in America. Il convegno, moderato da Franco La Polla, docente di Americanistica, si è aperto con il documentario John Fante. Profilo di scrittore, prodotto nel 2003 dalla giovane regista Giovanna Di Lello, vissuta negli Stati Uniti e in Svizzera ed ora stabilitasi in Italia. Girato fra Italia e America, il film narra la vita di John Fante con la voce di un suo compaesano, una macchietta che scivola nello stereotipo, un piccolo menestrello vestito di nero dal completo al cappello, accompagnato dalla fisarmonica nei luoghi che furono del padre di Fante: una catapecchia in mattoni a fresco nel paesino abbruzzese di Torricella Peligna. Interessanti i riferimenti alle voci musicali che trovano ispirazione in Fante: dal cantautore Vinicio Capossela - intervistato più volte nel documentario - ai Red Hot Chili Peppers e Sheryl Crow. Giovanna Di Lello è la direttrice artistica del neonato Festival letterario di Torricella, dedicato a John Fante, dal titolo "Il Dio di mio padre".

Al dibattito il sasso è stato tirato dal critico Martino Marazzi, docente all'Università di Milano, che si è poi ben curato di nascondere la mano e stranamente non ha risposto a nessuna delle proteste che aveva lui stesso sollevato. "Basta con i tinelli di mamma e papà. Negli ultimi vent'anni non c'è stato un romanzo italiano memorabile. Vogliamo chiamarla effetto-Fante? Questa malattia di giovanilismo che infetta la nostra letteratura recente e che forse è proprio dovuta all'influenza di Fante?"; cosi' ha esordito Marazzi, scandalizzando la platea (una giovane studentessa ha protestato risentita: "io amo John  Fante, difendetelo contro il critico!") e andando anche a punzecchiare l'orgoglio di una delle più produttive scrittrici italiane contemporanee, Lidia Ravera, presente al tavolo degli oratori. "A cosa dobbiamo il suo successo?" ha continuato Marazzi con voce calma e un po' annoiata, "forse alla colonizzazione del nostro immaginario che ce lo fa amare perché americano?"

Un inizio provocatore, seguito a contrasto dalla voce appassionata di Emanuele Pettener, docente alla Florida Atlantic University, che ha spiegato i motivi del diverso successo di Fante in Italia e in America. "Amiamo John Fante perché siamo innamorati del mito americano, perché possiamo capire il suo umorismo sottile, e perché amiamo il giovane Bandini che è in ognuno di noi." A quest'ultima osservazione si è agganciato Francesco Durante, autore della monumentale antologia Italoamericana e editore di diverse opere letterarie d'italiani d'America. Durante ha osservato che il miscuglio di oralità e di temi familiari sono "la benzina della scrittura di Fante" ed un'altra ragione del suo successo.

Nitido ed efficace l'intervento della scrittrice Lidia Ravera (divenuta famosa trent'anni fa con il suo Porci con le ali) e leggermente piccata dalla provocazione di Marazzi, sedutole accanto con espressione angelica: "Ho scritto venti romanzi in vent'anni, tutti nati dal dolore. Chi non soffre non può scrivere." Ha poi lucidamente osservato che "John Fante non si deve ammirare, perché non è un grande scrittore; ma lo si deve amare perché è uno scrittore grande".    

Ciak, nuovo cinema italoamericano

Può rendere orgogliosi gli italiani d'America l'omaggio riconosciuto a un film italoamericano, se non dalla giuria, dal pubblico. Ha infatti vinto il Premio del Pubblico - che ha gremito la piazza nelle suggestive sere di cinema all'aperto - Brooklyn Rules (2007) di Michael Corrente. Il regista era presente con un secondo film, Senza futuro (Federal Hill) del 1994, interamente girato in bianco e nero.

Con l'eccezione dell'affermato John Turturro e i suoi Mac (1992) e Romance and Cigarettes (2005), i registi le cui opere sono state invitate al Festival sono giovani e indipendenti: il brutto ma bravo Steve Buscemi con il suo desolante Mosche da bar (Trees Lounge) del 1996; Raymond De Felitta con Two Family House (2000), dolcissima storia ambientata nella Staten Island del '56; Tom Di Cillo con il meta-cinema di Si gira a Manhattan (Living in Oblivion, 1995); Vincent Gallo con l'originale Buffalo '66 (1997);  Nick Stagliano con il bar di Partita col destino (The Florentine, 1999) e il giovane Kevin Jordan con l'allevamento di aragoste di Brooklyn Lobster (2006). Due le donne registe di lungometraggi che erano presenti al festival ed hanno risposto alle domande del pubblico: Nancy Savoca con True Love (1989) e Mary Lou Buongiorno con l'irriverente Little Kings (2006).

Interessante la scelta dei documentari, in cui le donne hanno fatto la parte del leone come delicate ricercatrici di perle nella storia pubblica e nella storia privata. Oltre a Giovanna Di Lello, Camilla Calamandrei con Prigionieri in Paradiso (Prisoners in Paradise, 2001) che narra la sorprendente storia di sei prigionieri italiani, internati in America durante la seconda guerra mondiale, che qui decisero di stabilirsi. Susan Caperna Lloyd ha presentato il suo The Baggage (2001), confessione privatissima e intensa di una famiglia italoamericana disfunzionale e malata, una sassata emotiva. La venticinquenne Veronica Diaferia ha catturato gli ultimi dolorosi giorni del negozio Ernesto Rossi & Co., presente da un secolo a Mulberry Street con le sue cianfrusaglie, in Closing Time (2006). Mary Lou Bongiorno era presente anche con due documentari: Mother Tongue (1999), interviste a madri e figli italoamericani, e il recentissimo Revolutions '67 (2007) sulle violente dimostrazioni afroamericane di Newark suscitate nel 1967 dall'intervento di poliziotti italoamericani. Infine, Paul Reitano e Terrence Sacchi hanno immortalato le decorazioni natalizie del quartiere italoamericano di Brooklyn in Dyker Lights (2001).

Da segnalare due chicche che hanno deliziato cinefili e italoamericani: Santa Lucia luntana (di Harold Godsoe, 1931), storia strappalacrime e inverosimile di una famiglia italoamericana, e The Movie Actor (Bruno Vallety, 1932) un'eccezionale ed esilarante apparizione su pellicola dell'istrione dei teatrini italoamericani Eduardo Migliaccio, il famoso Farfariello di cui tanto si parla, ma che ormai è scomparso come il suo teatro.

Quei bravi ragazzi

La seconda giornata dedicata alla discussione ha visto succedersi un gran numero di critici ed esperti di cinema italoamericano, molti dei quali autori dei saggi contenuti nella pubblicazione del Festival Quei Bravi Ragazzi. Il Cinema Italoamericano contemporaneo (Marsilio, 2007). I temi hanno spaziato dal pregiudizio e lo stereotipo su questo gruppo etnico, passando per le varie rappresentazioni di donna, famiglia e macho italoamericano, fino a giungere alla carnalità e la spiritualità di questo cinema. Una ricca sinfonia di voci che sono culminate nella tavola rotonda moderata da Anthony Tamburri. In conclusione dei lavori, sono state sollevate questioni scottanti che rimangono tutt'ora aperte: quale è il linguaggio del cinema italoamericano, quali gli stilemi, quali le ricorrenze testuali, quale la poetica delle sue immagini? E come si situa il cinema italoamericano in rapporto ad altro cinema etnico? Quali sono le specificità e le condivisioni?

Questo 43° festival è stato un evento importante che ha fatto conoscere il lavoro dei nipoti e pronipoti degli emigranti italiani, incoronandoli come degni produttori di cultura: una cultura ormai nettamente separata dall'Italia di oggi. Quanto mai necessario allora questo confronto, alla ri-scoperta di una piccola Italia d'oltremare. Come suggerisce il titolo della mostra fotografica di Valerio Bisturi allestita a Pesaro nei giorni del festival, è ora di tornare "Back to Little Italy".