Analisi

Primarie democratiche 2007. Ma dove sono i liberal?

Foto da: www.draftgore.com
Al Gore: scendera' in campo?
di Rodrigo Praino

La sera del 23 luglio si è svolto a Charleston, South Carolina, un grande dibattito tra il candidati alla nomination presidenziale del partito democratico organizzato dal noto network televisivo CNN e da YouTube ...

... il sito internet fiore all'occhiello del cosiddetto "Web 2.0" che spopola in rete raccogliendo filmati messi online direttamente dagli utenti.

Il format avvincente prevedeva l'utilizzo di YouTube da parte di qualsiasi cittadino per porre le domande ai candidati. Ottima idea, risultato deludente. La maggior parte delle domande erano ben poste e piuttosto stimolanti, ma l'assenza di "intervistatori" in carne ed ossa e la presenza di un moderatore che fungeva solo da centro smistamento domande hanno dato agli aspiranti candidati presidenziali la possibilità di girare intorno a temi di enorme importanza senza dare vere risposte. Viene inoltre da chiedersi come mai questi eventi si chiamino ancora "dibattiti", visto che al posto del confronto diretto le ormai rigidissime "regole di ingaggio" sul palco danno vita solo ad una serie di piccoli monologhi individuali. Insomma, dove sono finite le frasi come la famosissima "Here you go again!" detta da Ronald Reagan a Jimmy Carter nel 1980? Che fine ha fatto il vero confronto di idee tra le persone che aspirano a fare il lavoro più impegnativo del mondo?
Tra le varie domande una in particolare - rivolta direttamente a Hillary Clinton - ci permette di fare un ragionamento abbastanza ampio: "sig.ra Clinton, come definiresti la parola liberal, e la useresti per descriverti?". Il punto è interessante non solo perché la risposta della Clinton è stata piuttosto imprecisa dal punto di vista storico, ma anche perché questo termine ha due significati molto diversi nelle due sponde dell'Atlantico.
Tanto per iniziare, bisogna spiegare che quanto detto dalla Clinton, ossia che il termine liberal "originariamente voleva dire essere a favore della libertà" è solo propaganda politica spicciola. Il termine inizia infatti ad essere utilizzato negli Stati Uniti durante la presidenza di Franklin D. Roosevelt. A quell'epoca essere un liberal voleva dire quasi esclusivamente essere a favore del Presidente Roosevelt e del suo New Deal. E' vero, nell'immaginario collettivo schierarsi con Roosevelt significava anche e soprattutto schierarsi con il difensore della libertà che ha combattuto il nazismo ed il fascismo in Europa, ma francamente tutto ciò ha ben poco a che fare con il termine liberal. Mentre in Europa questo termine è utilizzato in politica soprattutto nella sua accezione economica legata alle teorie di economisti come Smith o Ricardo basate sul non intervento dello stato in economia, qui negli Stati Uniti il suo utilizzo si è legato dunque al movimento politico più interventista della storia americana.
A questo punto salta agli occhi il secondo, ingenuo errore storico della Clinton. Un governo che interviene in economia, come il governo del New Deal Rooseveltiano, da vita quasi inevitabilmente al cosiddetto "big government", per cui dire che "è stato fatto sembrare che questa è una parola che descrive il big government, cosa totalmente contraria al significato del XIX e dell'inizio del XX secolo" ha davvero poco significato. La verità è che dopo gli attacchi del Presidente Reagan contro gli sprechi del governo e le tasse ("Il governo non è la soluzione dei nostri problemi. Il governo è il nostro problema", disse Reagan nel suo Inaugural Address del 1981) l'intervento dello stato in economia ed il "big government" sono diventati due argomenti un po' tabù. Dato che, come abbiamo visto, negli Stati Uniti il termine liberal finì per restare sempre collegato a questi due concetti, è facile comprendere come mai ci sia riluttanza ad utilizzarlo per auto-definirsi. La stessa campagna elettorale presidenziale del 2004 ce lo conferma, quando il Presidente Bush definiva il suo avversario John Kerry un liberal, usando il termine in senso spregiativo.
Il fatto stesso che la Clinton abbia preferito definirsi una "progressista" mostra che ormai il termine liberal ha assunto un significato del tutto negativo anche tra i democratici. La scelta della nuova "etichetta" sembra essere frutto di attenta riflessione da parte del suo staff, dato che questa richiama esplicitamente ad un grande e popolarissimo movimento politico bipartisan del passato, suona molto bene e da all'elettore medio un'idea di modernità ed apertura verso il futuro.
Quel che teniamo a sottolineare è che ascoltando i candidati sorge spontanea una domanda: ma dove sono i liberal? Che fine hanno fatto gli eredi di George McGovern? Con la strana eccezione di Mike Gravel - visto che anche lui ha rifiutato di usare la fatidica parola -, sembra proprio che i liberal americani siano una razza in via di estinzione, almeno all'interno dell'establishment di Washington DC. Le proposte sono grosso modo quelle di sempre, le posizioni prese non destano sorpresa e non riscaldano gli animi, nessuno tra i candidati più importanti si presenta come un outsider con proposte di vero cambiamento. Insomma, le primarie democratiche si preannunciano piuttosto monotone e a corto di idee.
Grande assente l'ex-Vicepresidente Al Gore, che almeno per ora rifiuta di "scendere in campo" proprio mentre cavalca un'onda anomala di enorme popolarità. Nonostante Gore non sia per nulla un outsider, sembra che lui abbia acquisito negli ultimi tempi un'aria di novità e freschezza piuttosto insolita per lui. Il fatto che il partito democratico appaia rivolgersi ad un ex-Vicepresidente, candidato alla presidenza sconfitto, nonché figlio di un importante e conosciuto Senatore federale, per portare al suo interno "nuove" idee la dice lunga sia sulla qualità ed il carattere degli attuali candidati che sullo stato del partito in senso lato.